Il Parco Marmitte dei Giganti della Valchiavenna
Via dell’unità tra Cielo, Terra e Uomo.
Prosperità e povertà dipendono dal
destino, mentre il bene e il male sono
una scelta dell’uomo.
Yamamoto Tsunetomo,
samurai giapponese
Era un’estate piovosa del 1963. Federico, un’uomo di mezza età usci di casa. La giornata era veramente brutta, soprattutto nella valle dove viveva – la valle è circondata dalle montagne, è stretta, le giornate di sole sono corte… Ma quel giorno pioveva pure, non si poteva fare niente contro la natura… Ma qualcosa di colorato attirò la sua attenzione – un palloncino portato dal vento nel suo piccolo cortile. Un palloncino di quelli coi quali di solito giocano i bambini piccoli lliberandoli nel cielo e osservando dove vengono portati dal vento. Federico prese il palloncino. Una giornata così piovosa ti mette in testa pensieri tristi, magari anche nostalgici .. Pensava a chi avesse potuto lanciare quel palloncino con quella pioggia ? I suoi figli erano tutti a casa. La figlia maggiore ormai era già sposata ma non aveva ancora bambini. All’improvviso notò che dentro il palloncino c’era qualcosa di bianco, forse un pezzo di carta…. Per poterlo prendere doveva per forza rompere quel palloncino. Eccolo! Era un tubicino di carta piegato. Lo apri', era una lettera, scritta sicuramente da un bambino, o da un ragazzo. La lesse e vi trovo la descrizione di una famiglia che abitava a circa 100 km dalla sua valle, sono due ragazzi di 6 e 8 anni, propongono di fare amicizia con chi leggerà la lettera. Federico era un uomo strano, un democratico e di libero pensiero, così dicevano. Fuori pioveva forte e stare nel cortile, sotto la pioggia, non era molto conveniente. Entrando in casa chiamò la moglie Edvige e i figli, che, destino, avevano più o meno l’età di quei due ragazzi, e le fece vedere la lettera. Risposero subito invitandoli a casa loro per una vacanza estiva.
E’ così che nacque l’amicizia tra le due famiglie, una di Novedrate, e una di Santa Croce di Val Chiavenna che dura già da quasi 50 anni.
Un anno dopo, il 13 maggio 1964 il padre della famiglia di Novedrate è stato investito da un motociclista, tornando da pesca in moto, ed è morto dissanguato in 10 ore, non riprendendo più conoscenza. La moglie è rimasta da sola con 2 bambini di 7 e 9 anni, senza lavoro. Cosi l’amicizia tra le due famiglie è diventata non solo amicizia ma una certa forma di aiuto umano alla famiglia che si è trovata in grande difficoltà.
I Ragazzi passavano l’estate a Santa Croce in mezzo alla natura, pescando, giocando con i loro coetanei, crescendo. Ho avuto modo di conoscere Federico nel 2001 prima che morisse. Era vecchio, sulla sedia a rotelle. Ma i suoi occhi neri avevano uno sguardo tale che possono avere solo le persone di spirito libero. Ogni tanto andiamo a trovare la moglie Edvige, i suoi figli e i numerosi nipotini. Anche lei è vecchia, le forze la stanno lasciando, piena di dolorini. Ma ha lo stesso sguardo di una persona forte che può dare solo lo spirito e un grande cuore. E’ così che ho scoperto questa vallata, la sua natura, il rispetto del popolo della natura, il dramma di questa vallata e la forza di questo popolo che rispetta la propria terra.
La Riserva Regionale Marmitte dei Giganti, dette anche pozzi glaciali, si trova nella valle di Bregaglia, regione Lombardia, provincia di Sondrio, che copre i territori dei comuni di Chiavenna, Piuro e Prata Camportaccio e occupa una superficie di 37,54 ha.

Tutta l’area della Valchiavenna e Val Bregaglia presenta visioni paesaggistiche di particolare bellezza, aspetti geomorfologici imponenti ed affascinanti che danno origine ad un ambiente tra i più singolari dell’arco alpino, ricchezza di testimonianze di millenaria attività antropica, contenuti storici e preistorici di grande interesse, varietà ed esuberanza di vegetazione. Numerosi sono i sentieri che portano a visitare le antiche località e le chiese, che raccontano la storia delle Valli.

La Chiesa di S.Barnaba del 12 mo sec. si trova nella medesima località, vicino alla diga di Villa di Chiavenna, e al suo interno si possono vedere gli affreschi. Visitate le chiese romaniche di S.Croce e S.Martino dell’11 sec. che si trovano nella località S.Croce.

Chiesa di S. Martino, 11 sec., loc.S.Croce

Chiesa S.Croce, 11 sec., loc.S.Croce
Numerosi i “Crotti”, cantine scavate nella roccia, con 3 pareti in roccia ed una in muratura, con saletta sovrastante, che hanno una temperatura ideale per la conservazione di vini e formaggi, e che vengono celebrati annualmente nella famosissima sagra.

I Pozzi glaciali sono, secondo gli esperti, le più belle e numerose espressioni del fenomeno evidenziato in tutte le regioni europee interessate dalle grandi glaciazioni quaternarie che circa un milione di anni fa ricoprivano in epoche alterne la catena alpina.

Le marmitte dei giganti, chiamate così per la loro dimensione (da 10 cm di diametro e di profondità a 4-5 m di diametro e 10-12 m di profondità) e forma, sono dei fori cilindrici circolari od ellittici scavati verticalmente nella roccia viva. Quelle di Chiavenna sono le più numerose (circa 40) e ad altitudine più bassa nella regione. I Fenomeni Glaciali presenti nel Parco nelle forme di rocce montonate e striate, canali di erosione e di gronda, "Marmitte dei giganti", costituiscono le tracce di antiche glaciazioni. L'aspetto arrotondato e levigato delle rocce fu causato dall'azione abrasiva svolta dal substrato dell'enorme massa del ghiacciaio in scorrimento, mentre i canali e i pozzi o catini scavati nella roccia si formarono per l'azione delle acque di fusione superficiale. Le azioni del periodo dell’ultima glaciazione di circa 20'000 anni fa e l’erosione fluviale hanno formato le valli ad “U”.
L'aspetto paesaggistico presenta gran varietà di quadri panoramici. Uno di questi è la stupenda cascata di circa 170 metri di salto dell'Acquafraggia.

Sul finire del 1400 Leonardo da Vinci, ingegnere Ducale di passaggio da Chiavenna, annotò sul "Codice Atlantico" che "su per detto fiume (Mera) si trova chadute di acqua di 400 braccia le quali fanno belvedere", e diversi viaggiatori europei, tra il Sette e l'Ottocento, definirono le cascate dell'Acquafraggia come le più belle fra le Alpi. Una giornata trascorsa al fresco delle cascate dell'Acqua Fraggia è sicuramente uno dei modi più suggestivi per ritrovare il contatto con la natura e riscoprire le sue benefiche meraviglie.

L’etimologia del termine Acqua Fraggia o “aqua fracta” riflessa il luogo fisico e significa un torrente continuamente interrotto da cascate. La sorgente si trova a Pizzo di Lago (3050 m.), dove traggono origine fiumi che sfociano nel Mar Nero, Mare del Nord e nel Mediterraneo. Nella parte alta il torrente forma il lago dell'Acqua Fraggia, a quota 2043 m.

Vista della valle dall'altezza di 170 m della Cascata
Nella sua discesa verso il fondovalle il torrente incontra due valli di origine glaciale, formando poi la serie di cascate. Esse sono state istituite Riserva Naturale nell'anno 1984. Nella valle di Piuro il torrente Aquafraggia confluisce nel fiume Mera. La vegetazione delle cascate è caratterizzata da microclima dovuto alla costante nebulizzazione dell'acqua della cascata. Geologicamente la zona è interessata dalla presenza di tipi di roccia diversi – anfiboliti di colore verdastro e molto dure, gneiss e micascisti, meno duri. Nel settore botanico rilevanti sono gli ontani, l'abete bianco e la vegetazione rupicola, tra cui rara Oplimennus undulatifoglia, ginepro, giglio rosso, rosa campestre, alloro, erica arborea, biancospino, opunzia, la Ginestra, varie Saxifraga, la felce Pteris cretica, e in un suggestivo castagneto alla base delle cascate, un esteso tappeto di Allium Ursinum. La vegetazione della Riserva è caratterizzata da specie arboree e arbustive che costituiscono il bosco con prevalenza di castagno, carpino, frassino, acero di monte, tiglio rovere, ciliegio, sorbo montano, pino selvatico, betulla e larice. Le varietà esotiche sono presenti con la robinia pseudoacacia, la quercia rossa e cedro deodara.
Sulle sponde del torrente, a quota 932 m, sorge il borgo di Savogno permanentemente abitato sino agli anni '60 e fondato nel XV secolo lungo le vie di transito verso il nord delle Alpi. Esempio unico nelle Alpi di architettura rurale spontanea con le sue case fatte in pietra e legno, Savogno è raggiungibile solamente a piedi per vari sentieri, in circa un'ora di cammino. Bellissima la mulattiera che, con i suoi 2886 scalini, sale da Borgonuovo. Questa storica via di accesso risale prima il pendio dei Ronchi, interamente terrazzato e coltivato a vite fino a pochi anni fa, raggiungendo a mezza costa il nucleo delle Stalle, con il suo secolare ed enorme torchio da vino, e gli sparsi crotti e conducendo alla cinquecentesca chiesa di S. Bernardino, consacrata nel 1865 la quale conserva ancora l'originario campanile del 400. All'interno è possibile vedere due tele, una di Francesco Prevosti che raffigura la Madonna del Rosario tra i SS. Antonio e Bernardino (1882) e l'altra il Giudizio Universale.
L’arte rupestre è patrimonio culturale degli uomini che hanno vissuto e operato in un determinato territorio ed evidenzia caratteristiche stilistiche specifiche dei diversi periodi. Sulle rocce levigate, sulle pareti verticali delle antiche cave, su massi isolati e in grotticelle si trovano innumerevoli testimonianze della plurisecolare presenza umana e della ininterrotta esigenza di comunicare mediante incisioni rupestri, della tarda età del bronzo, dell’epoca medioevale e successiva in base alla tipologia delle figure e per la presenza di date dal XV al XIX sec. Le geometrie astratte, segni, sigle e simbologie si accompagnano di grafie figurative e date, spesso ancora non decifrati. Notevole è la presenza di figure simboliche di oscuro significato o di tipo magico-religioso. Lo studio di decodificazione è tuttora in corso.
La Pietra Ollare
Nell'area del Parco sono presenti cunei di rocce dette "Pietre Verdi di Chiavenna" (ofioliti) uscite dalla tormentata storia glaciale smembrate e fratturate, che rappresentano frammenti dell'antica crosta oceanica del bacino della Tetide sviluppatasi circa 150 milioni di anni fa. Sono comprese grandi varietà di rocce con i prodotti di consolidamento di magmi poveri di silicio che contengono minerali con prevalenza di serpentino, clorite e talco.
Le Pietre Verdi di Chiavenna presentano varie gradi di durezza. La roccia piu’ tenera adatta alla lavorazione al tornio per la produzione di olle (pentole, recipienti) è denominata Pietra Ollare, una roccia serpentinosa di colore verde, a grana medio-fine, presente in Valchiavenna e in Valmalenco. L’attività estrattiva di questa pietra, praticata per secoli, ebbe rilevante importanza per l’economia locale. Nel 1365 si riscontra a Piuro l’esistenza di una società per lo sfruttamento di cave.
L’analisi petrografica dei giacimenti di Valchiavenna ha attribuito i litotipi al gruppo dei talcoscisti e clorito scisti, caratterizzati dal colore grigio o verde-grigiastro. La lavorazione della pietra ollare in Valtellina e Valchiavenna risale all'età del Ferro come testimoniato dai numerosi reperti archeologici ritrovati nel corso degli anni. I centri di maggiore produttività dei recipienti da fuoco furono Piuro e Chiavenna. L’attività estrattiva di pietra ollare veniva usata per la produzione di elementi architettonici, le fontane, le statue. Particolarmente sviluppata in Val Bregaglia e Valmalenco, la sua lavorazione ha da sempre rappresentato un'importante fonte di reddito grazie alla posizione felice delle due valli. Solitamente poste nelle vicinanze di fiumi e sentieri le prime cave di pietra ollare erano a "cielo aperto”.
La steatite, conosciuta anche con i nomi di pietra saponaria, gesso di Briançon e pietra ollare, è una roccia metamorfica somigliante alla giada anche se con un aspetto maggiormente polveroso. Solitamente è di colore verde, ma esistono varianti bianche, crema, nero o rosso. Nel nord Italia è diffusa nei colori rosso e verde chiaro e si rinviene spesso associata ad affioramenti di rocce ofiolitiche tipiche del basso Piemonte e dell'entroterra della Liguria. È una variante del talco del quale condivide numerose caratteristiche tra cui la finezza della polvere residua della lavorazione. Questa polvere è scivolosa al tatto e ciò le ha procurato l'etimologia del nome, che proviene dal greco steàzein, "rendere grasso", o da stèatos, genitivo di stèar, "grasso". Minerali principali – talco, magnesite, dolomite, minerali accessori – clorite, anfibolo, epidoto, albite, mica.
La pietra ollare è un eccellente materiale refrattario; resiste agli sbalzi di temperatura e accumula lentamente il calore mantenendo a lungo. Il suo profilo termico è pertanto adatto alla costruzione di stufe. Questa materia che si lascia lavorare con facilità, ha una conduzione termica circa 8-10 volte maggiore rispetto al materiale refrattario. Il suo peso specifico è circa due volte quello dei mattoni refrattari tradizionali e la sua capacità di accumulare calore è circa due volte e mezzo maggiore.
Venne frequentemente utilizzata per costruire stufe di alta qualità tanto che, anche nelle terre più fredde, era sufficiente accenderle ogni due giorni: in Finlandia alcune stufe erano tanto preziose da venire tramandate di padre in figlio e da influenzare addirittura i criteri di costruzione della casa, che non di rado veniva riedificata attorno alla stufa in caso di ristrutturazioni.
La steatite, diffusa quasi in ogni continente del globo, si compone di
magnesio idrato silicato, con un tasso di talco al 40-50%, magnesite al 40-50%, penninite al 5-8%. La presenza di talco la rende estremamente lavorabile, i restanti componenti le assicurano la compattezza e la durabilità. È difatti una pietra molto tenera la cui durezza nella scala di Mohs è 1.
La steatite viene utilizzata da secoli da ogni popolo per scopi differenti, data sia la facilità di modellarla anche con strumenti metallici relativamente semplici sia quella di polirla, levigarla per renderla lucida e "finita". La sua lavorabilità e durabilità ne hanno fatto una scelta felice per molti scultori, che hanno lasciato in eredità oggetti artistici, oggetti di culto e numerose opere tra cui sigilli cinesi oggi visibili, ad esempio, al Museo Guimet a Parigi. Opere in steatite sono state rinvenute nelle tombe dei faraoni, negli igloo del nord, nei templi e palazzi della Cina e dell'India e in quasi ogni angolo del globo.
Venduta a peso dai fornitori di arti plastiche, si presenta in forma di grossi blocchi allungati che variano dai 20 ai 50 cm di cui, data la frangibilità del materiale, è opportuno controllare l'integrità.
La steatite è un componente di alcune qualità di talco preparate per l'industria cosmetica e farmaceutica. A tutt'oggi è un materiale affidabile, amato e usato da artisti, costruttori di stufe e fuochi e produttori di cosmetici o medicinali.
La presenza di talco, con il pericolo di inquinamento da asbesto, pone la pietra in stato di osservazione per possibili pericoli di asbestosi, a causa della polvere respirata in fase di lavorazione.
La nostra guida Palma ci ha portato a visitare il laboratorio dell’ultimo lavoratore della pietra ollare che si trova nel Parco delle Marmitte dei Giganti, nella località Prosto di Piuro, sull’altra riva del fiume Mera.



Il laboratorio-museo si trova in una delle antiche case in pietra. Le facce in pietra ollare poste prima di entrare nel negozio-museo, con le piu’ svariate espressioni umane, invitano nel laboratorio.



Il Sig. Lucchinetti, uomo di circa 45 anni, ha raccontato della sua passione che è diventata un lavoro, unico nel suo genere. Nella piccola stanza che serve da laboratorio, produzione e museo, sono esposte le macchine di elaborazione di pietra ollare, oggetti di produzione – pentole originali della Valchiavenna, stufe, orologi, calici, - visitabili sul sito www.pietraollare.com.
Dopo la visita del museo, mi sono fermata sul ponticello sopra il fiume Mera guardando il suo continuo e veloce scorrere: l’acqua cristallina creava turbolenze intorno ai sassi, rallentava un po’ quando il sasso era troppo grande, ma non si fermava mai, correndo, forte e decisa, alla destinazione. Guardare l’acqua che scorre, come guardare il fuoco – è forza della natura che da sempre era il sinonimo di dare vita. Nella valle c’è il culto d’acqua: ci sono fontanelle dappertutto, ad uso potabile o vecchi lavatoi.

Fontanella, Prosto di Piuro

Fontanella, Palazzo Vertemate Franchi

Fontanella, S.Croce

Lavatoio, S.Croce
Il Mera o Maira è un fiume lungo 57 km che nasce dal Piz Duan nel Septimer Pass (passo delle 7 vie) a quota 2310 m nel cantone svizzero dei Grigioni. Dopo aver ricevuto gli affluenti Maroz dalla Val Duana e Orlenga (Passo del Muretto), percorre Val Bregaglia ed entra in Italia. Riceve gli affluenti Valtura e Aurosina da sinistra e Acquaraggia da destra, superando Chiavenna riceve l’affluente Liro, piega verso sud e forma il lago di Mezzola, scorre nel Pian di Spagna e si getta nel lago di Como vicino a Sorico (Provincia di Como). I principali affluenti sono il torrente Liro, che forma la Val San Giacomo e Boggia. La particolare colorazione verde che le acque acquistano durante lo scorrere verso il Lago di Como è data dalla presenza di cristalli di silicio frutto della disgregazione delle rocce granitiche intrusive presenti nell'alveo del fiume.
Le zone umide del fiume Mera nella Valle Bregaglia fanno parte della Riserva naturale Parco Marmitte dei Giganti ed hanno una fauna particolarmente ricca.
Fauna
Nel fiume Mera si incontrano anfibi come Rana esculente e rettili colubridi come biscia d’acqua e il biacco, lucertola dei muri e il ramarro. Tra i pesci – l’anquilla, la carpa, la tinca, la scardola, le trote, il temolo. La cannaiola si puo’ sorprendere aggrappata alle canne, il suo habitat naturale. In pianura vicino zone umide si puo’ trovare l’usignolo e sentire il suo canto melodioso. Uccelli migratori – il germano reale, marzaiola, il mestolone, alzavola, gallinella d’acqua. Sono caratteristici del biotopo del Pian di Spagna l’airone cinerino e lo svasso maggiore, il martin pescatore, il merlo acquatico, i passeracei, la folaga, il moriglione, la moretta tabaccata, il gabbiano reale, il cigno reale, il cormorano. Un gruppo di 10 cicogne bianche è stato segnalato nell’oasi di Novate. Tra i rapaci – il nibbio bruno, il nibbio reale, il falco pescatore, l’astore, lo sparviere, la poiana, il falco pecchiaiolo. Tra i strigiformi notturni sono presenti la civetta, il gufo comune, l’allocco, i barbagianni della fam. dei Titonidi. Presente la lepre, il tasso, la faina, un piu’ in alto sono presenti stambecchi e cervi. Nella pianura di Spagna nell’erba umida si puo’ incontrare le bellissime farfalle Euplagia quadripunctata, l’Erebia, Macroglossa stellatarum, detta colibri.
Nella provincia di Sondrio l’acqua fluente del fiume Mera e del torrente Liro viene sfruttata in un complesso degli impianti idroelettrici per la produzione di energia elettrica che rappresenta un indiscutibile vantaggio ambientale a causa del suo minore inquinamento e rispetto dell’ambiente. Ogni kWh di energia prodotto da fonte idroelettrica consente di evitare l’emissione di 700 g di CO2. La centrale, situata nel comune di Prata Camportaccio presso la città di Chiavenna, è in una caverna all'interno della montagna e utilizza le acque del fiume Mera, derivate dal lago artificiale formato dalla diga di Villa di Chiavenna.

Lago artificiale della Villa di Chiavenna

Diga del lago

Stazione Idroelettrica della Villa di Chiavenna
Il bacino imbrifero totale è di circa 207 km2 e si sviluppa alla quota media di 1.955 m sul livello del mare. Il regime delle acque utilizzate è regolato dalle dighe e dalle centrali Svizzere poco distanti dal confine. Può produrre annualmente circa 225 milioni di kWh e scarica l'acqua in un canale che la porta prima nella centrale di Prata e da questa nella centrale di Gordona. Le altre centrali che usano l’acqua di fiume Mera e del torrente Liro sono a Prata Camportaccio (12 milioni kWh/anno), centrale di Gordona (54 milioni kWh/anno), centrale del comune di Mese (543 milioni kWh/anno), centrale di San Bernardo (63 milioni kWh/anno). L'impianto idroelettrico dell’Isolato Spluga è sito nel comune di Madesimo, in provincia di Sondrio. La superficie del bacino imbrifero, che si sviluppa ad una quota media di 2.550 m sul livello del mare, è di circa 26,8 km2. Utilizza l'acqua del torrente Liro accumulata, tramite due dighe, nel lago di Montespluga della capacità di circa 32 milioni di metri cubi. La centrale può produrre annualmente circa 54 milioni di kWh, e l'acqua utilizzata è scaricata direttamente nel lago artificiale della diga di Isolato. L'impianto idroelettrico dell’Isolato Madesimo ha superficie del bacino imbrifero, ad una quota media di 1.800 m sul livello del mare, di circa 25,1 km2. Utilizza l'acqua accumulata nel lago artificiale formato dalla diga di Madesimo. Produttività annua è di 36 milioni di kWh. L'acqua utilizzata viene scaricata direttamente nel lago artificiale della diga di Isolato. Produttività annua dell'impianto idroelettrico di Prestone è di 78 kWh/anno. L’acqua utilizzata viene raccolta nel bacino di Prestone, ottenuto con uno sbarramento del torrente Liro, per essere inviata verso la centrale di Mese. Quindi, la quantità totale di energia che puo’ essere prodotta utilizzando l’acqua del fiume Mera e del torrente Liro è pari a circa 1 miliardo di kWh/anno.
Piuro, antico centro culturale, commerciale e la sua tragedia.
Piuro si trova a nord di Chiavenna, lungo la Val Bregaglia, sulla strada che porta al Passo del Maloja e che collega l’Italia con il Monaco di Baviera.
Il 4 Settembre del 1618, Piuro, ricco borgo della Val Bregaglia, dedito alla lavorazione della pietra ollare, delle seta e alle attività mercantili, rifugio di riformati, viene cancellato dalla frana del Monte Conto. La montagna, che sovrasta il paese, si spacca e precipita a valle sommergendo il paese e uccidendone circa 1000 gli abitanti.
Così descrive l'evento l'allora arciprete di Sondrio Antonio Maffei:
"il popoloso, industriale e ricco borgo di Piuro, a quattro chilometri da Chiavenna verso Pregalia, rinomato per sontuosi edifici, ornate piazze e ameni paesaggi e che poteva gareggiare con i primi luoghi della valle, rimane miseramente oppresso e schiacciato da un'immane scoscendimento di monte colla morte di un migliaio di persone e la perdita, soltanto in oro, di forse due milioni di lire".
Il paese del pianto è Piuro. Secondo il Guler von Weineck, che ebbe modo di visitarla nel 1616, infatti, il suo nome deriva dal verbo latino “plorare”, che significa “piangere”. Il von Weineck si riferisce, nelle sue note, ad un primo disastro che si compì, probabilmente, molti secoli prima, forse nell’VIII secolo d. C. Il mese di agosto volgeva al termine, quando una decina di giorni di pioggia ininterrotta parvero porre bruscamente fine all’estate. Una pioggia torrenziale, insistente, preoccupante. I montanari sanno che piogge violente e concentrate posso riservare amare sorprese: la Mera sarebbe potuta straripare di nuovo, come quando si portò via l’antica Belforte, oppure dal monte sarebbero potuti scendere smottamenti e frane. Ma poi la fitta coltre di nubi cominciò a diradarsi, il cielo finalmente si aprì, mostrando un sole ancora caldo, in quell’inizio di settembre. Le apprensioni rientrarono, si ringraziò il cielo perché nulla di grave era accaduto, nonostante la Mera, con le sue acque limacciose e turbolente, si precipitasse ancora verso Chiavenna con una violenza impressionante. Altri segni avrebbero dovuto indurre a non ritenere cessato il pericolo: alcune crepe inquietanti si erano aperte sul fronte montuoso meridionale, in diversi punti le piante avevano assunto un’inclinazione anomala, le api, con comportamento inspiegabile, erano sciamate ad est, verso Villa di Chiavenna, le bestie davano segni insistenti di inquietudine. Si trattò di segni che non furono, però, colti, ed allora accadde l’imponderabile. Un intero pezzo di monte, il monte Conto, venne giù, una massa immensa di materiale calcolabile nell’ordine dei milioni di metri cubi. Era il 4 settembre, secondo il calendario gregoriano (ma, secondo il calendario imposto a Piuro dal dominio protestante dei Grigioni, che, in opposizione a Roma, non avevano accettato la riforma gregoriana, si era ancora al 25 agosto). Fu un disastro immane, la cui notizia corse per l’Europa, quell’Europa nelle cui piazze commerciali, come notava il von Weineck, erano ben conosciuti i mercanti di quel borgo sperduto nella bassa Val Bregaglia. La notizia suscitò ovunque grande impressione e commozione, e la frana che aveva sepolto Piuro venne raffigurata anche in diverse stampe. Si salvarono le frazioni di Prosto, Cranna, S. Croce, ma nel centro del paese un migliaio di persone rimasero sepolte sotto l’enorme frana.
La cultura popolare ben poco sa del fatale concorso di cause naturali, dell’instabilità geologica di versanti che, magari senza dare segno di sé per secoli, può rovinosamente manifestarsi in pochi minuti: la cultura popolare associa il grande disastro naturale ad un’idea di giustizia cosmica, o divina, che si serve anche degli eventi naturali per punire una colpa.
Una ben nota leggenda, nata per spiegare la tragedia della Piuro sepolta, parla di una colpa relativa ad una delle più antiche leggi di umanità, conosciuta presso tutti i popoli, una legge non scritta che prescrive di offrire asilo allo straniero, di ospitare il viandante, di soccorrere il mendicante. Il tema della leggenda è semplice e classico: la ricchezza aveva indurito molti cuori, fra gli abitanti di Piuro, rendendoli insensibili al bisogno dei poveri e dei mendicanti, una colpa che doveva essere pagata nel modo più terribile. Non fu la pioggia torrenziale, allora, ma un mendicante, capitato la sera del 3 settembre 1618 a Piuro, la causa vera della frana distruttrice. Questo mendicante aveva bussato inutilmente alla porta delle famiglie più ricche del paese: nessuno aveva avuto compassione per la sua povera e stanca figura. Solo presso una famiglia umile e misera trovò ospitalità. Cenò, quindi, nell’umile casa dei contadini, o meglio, condivise la loro profonda miseria e la loro fame. Non c’era, infatti, da mangiare a sufficienza per le numerose bocche da sfamare, ed i bambini non si saziavano del poco che veniva dato loro come cena. La madre, allora, metteva sul fuoco una pentola d’acqua, aggiungendo dei sassi ed invitando i figli a pazientare: alla fine anche quelli, cotti, si sarebbero potuti mangiare. I bambini attendevano, affamati, finché il sonno li vinceva, e la madre poteva gettar via i sassi di quel triste inganno. Questo vide il mendicante, e fu lui ad essere preso dalla compassione. Non si trattava, in realtà, di un mendicante qualunque. Era una figura che veniva da Dio, e quella sera accadde un prodigio che lo attestava: la madre, accingendosi a gettar via sassi, si accorse, incredula, che questi si erano tramutati in profumate patate, una manna per la povera famiglia contadina. Svegliò, ebbra di gioia, i bambini ed il mendicante, che si era ritirato con discrezione, e servì le patate fumanti a tutti, che ne mangiarono con gusto, a sazietà. Il mendicante ringraziò e disse che ora poteva andare. Ma prima di lasciare la casa, pronunciò alcune frasi misteriose: quella notte, disse, si sarebbero uditi rumori violenti ed impressionanti, ma per nessun motivo gli abitanti della casa avrebbero dovuto affacciarsi alla finestra per guardare o, peggio ancora, uscire all’aperto. Poi scivolò via, nel cuore della notte, e, dopo non molto tempo, accadde proprio quel che egli aveva detto: un boato sordo ed immane scosse le mura della casa. Tutti balzarono in piedi, e la madre non resistette alla curiosità: non guardò dalla finestra, come le era stato raccomandato, ma almeno un’occhiata dal buco della serratura volle gettarla. Vide solo per pochi istanti la frana che si precipitava su Piuro: poi non vide più nulla, perse la vista. Le case dei ricchi furono sepolte, ma la casa che aveva dato ospitalità al viandante rimase intatta. Una seconda versione della leggenda racconta che non fu la madre, ma il padre a non resistere alla curiosità: guardò alla finestra e rimase cieco.
Piuro fu davvero, allora, il paese del pianto, e tale, forse, appare ancora oggi a chi visiti la zona degli scavi, circa duecento metri oltre Borgonuovo: qui è venuto alla luce un tratto di strada, con cinque scheletri, resti delle mura di abitazioni ed il pavimento di un’officina di tornitura.
Piuro, posta nel punto più ampio della Val Bregaglia italiana, nell'attuale provincia di Sondrio, compare per la prima volta nel 973 come Prore nome che dal 1038 al 1125 si alterna con quello di Plurium. Già prima della sua denominazione Piuro fu abitata da mercanti, cavatori e tornitori di pietra ollare chiamata da Plinio lapis viridis comensis. La fortuna di questo borgo fu determinata dalla presenza di questa pietra e dalla sua collocazione geografica; dalla Bregaglia passava fin dall'epoca romana una delle vie, l'altra saliva al passo dello Spluga, che da Como conduceva a Coira (Curia Rhaetorum, oggi Chur) attraverso i passi del Settimo (Septimer), del Maloggia (Maloja) e del Giulia (Julier). L'autonomia fu raggiunta nel 1195, anno in cui Piuro, secondo un'antica pergamena, venne chiamata borgo e ad essa fu assegnato un giudice; nella sua giurisdizione si trovavano le località di Prosto, Sant'Abbondio, Savogno, Santa Croce e Villa. Piuro diventò così un comune indipendente comprendente il territorio che si estendeva da Chiavenna fino al torrente Lovero (oggi confine di stato tra Italia e Svizzera). Quando nel 1512 i Grigioni, confederati da più di cinquant'anni nella Repubblica delle Tre Leghe Grigie, occuparono la Valchiavenna, Piuro beneficiava di un commercio fiorente della pietra ollare e della seta. Il benessere dei piuraschi veniva accresciuto, oltre che dal commercio, anche dal monopolio dei trasporti con l'esazione delle relative tasse e dal pagamento dei tributi in denaro. La comunità continuava ad estrarre la pietra ollare dalle cave circostanti il suo territorio, per poi lavorarlo nei torni mossi dalla forza dell'acqua della Mera, il fiume che attraversava il centro abitato. Nell'epoca di maggior espansione la cittadina della Val Bregaglia poteva contare su 30 torni che lavoravano questa pietra. Con essa venivano confezionati, oltre alle pentole, tanti e svariati oggetti che prendevano le strade del mondo: dalla Germania alla Francia, dall'Ungheria alla Polonia, all'Austria e alle altre città italiane. Molti piuraschi fecero fortuna anche in Europa come banchieri e come commercianti. I mercanti di Piuro, infatti, ritiravano i bozzoli dei bachi da seta dai paesi vicini e li spedivano, una volta filati, ai Beccaria di Augusta e Lipsia, ai Lumaga di Como, ai Buttintrocchi di Venezia, ai Brocco di Palermo. Addirittura i Beccaria gestivano empori a Genova, a Norimberga, ad Anversa, a Vienna e a Basilea così come i Brocchi a Praga. Gli intraprendenti cittadini della Val Bregaglia erano presenti, con le loro sete, alla fiera di Francoforte. I dati che ci sono pervenuti relativi ai commerci piuraschi sono notevoli. Si lavoravano circa 20’000 libbre di cotone l'anno e più di 30’000 di seta greggia, mentre la pietra ollare rendeva oltre 100’000 scudi annui. Oltre a commerciare seta, cotone, laveggi, a Piuro giungevano frutti da Genova, spezie da Venezia e olio di oliva. In quegli anni di dominazione grigione si distinsero, nel nord d'Italia e in Svizzera, molti artisti piuraschi: fra questi Giovanni Battista Vertemate che progettò la cappella del Rosario in San Tommaso di Pavia. Grazie alla prosperità dei suoi commerci, Piuro fu abbellita di palazzi e chiese. A causa della rovina che sconvolse la cittadina nel 1618, è rimasto, a testimoniare la ricchezza delle illustri famiglie piuraschi, solo il palazzo Vertemate. Subito dopo la frana si cominciò a riattivare l'organizzazione comunale e a ricostruire il catasto. Sotto il governo delle Tre leghe, la Valchiavenna divenne rifugio di molti fuoriusciti italiani perseguitati dalla Inquisizione perché protestanti o comunque eretici. Il governo grigione su Piuro terminò nel 1797. Nel 1815 l'ex contado di Chiavenna fu assoggettato al dominio della casa d'Austria nel regno lombardo-veneto; nel 1816 venne attivato il comune di Piuro nella nuova provincia di Sondrio. A Piuro non mancano interessanti spunti storico-artistici, come il Museo e gli Scavi della Piuro Antica. Il cinquecentesco Palazzo Vertemate Franchi in Prosto, con ampi saloni affrescati ed intarsiati, merita una descrizione dettagliata.
Visitare il Palazzo Vertemate Franchi significa fare un tuffo in un'atmosfera cinquecentesca pur mantenendo sempre vivo il contatto con la natura. Il palazzo si trova nella frazione di Piuro, nel villaggio di Prosto: da Chiavenna prendere la strada per il Passo del Maloja, raggiunte le ultime case di Prosto svoltare a sinistra, proseguire per circa 400 metri, lasciare l'auto al parcheggio del palazzo e proseguire a piedi verso sinistra lungo il muro perimetrale del giardino fino a quando si giunge al portone di ingresso). La famiglia Vertemate Franchi giunge in Valchiavenna al tempo del conflitto tra Como e Milano, quando nel 1217 Ruggero viene mandato a Piuro per coprire la carica di podestà. La loro dimora residenziale viene costruita a Piuro e ha una dimensione pari a 5-8 volte rispetto a quella del Palazzo Vertemate di Prosto, utilizzato come casa di rappresentanza. I Vertemate sono infatti una famiglia di commercianti nel settore della pietra ollare e della seta e utilizzano il palazzo per accogliere gli ospiti più autorevoli con i quali sono solitamente legati da rapporti di affari. La storia della costruzione dell'edificio e i nomi degli artisti che hanno collaborato alla decorazione delle sale non ci sono noti poichè tutti i documenti relativi a questo periodo venivano conservati nella dimora di Piuro, distrutta completamente nel 1618, data della storica frana che ha cancellato interamente l'abitato. Il Palazzo Vertemate si è miracolosamente salvato da questo disastro grazie alla sua posizione decentrata e geologicamente più stabile. I membri della famiglia invece sono quasi tutti rimasti vittime della frana, tranne 3 persone che si trovavano a Vienna per affari commerciali.
Palazzo Vertemate Franchi Grande (in centro) e il Palazzo Vertemate piccolo (a sinistra in alto), 1618.
Questo quadro è l’unica testimonianza delle dimensioni del Grande Palazzo Vertemate e della città distrutte dalla frana del 1618. A sinistra, facendo la proiezione sopra la chiesa, si puo’ vedere il piccolo Palazzo Vertemate rimasto intatto fino al tempo attuale.
Il Palazzo Vertemate Franchi fu costruito dai fratelli Guglielmo e Luigi Vertemate Franchi nel 1570 con un’azienda quasi autosufficiente, con vigneto, ortaggi, castagneto, peschiera per la coltivazione delle trote, stalle, torchio, metato per essicazione delle castagne.

Entrata nel Palazzo

Porta principale del Palazzo

Lo stemma della famiglia Vertemate Franchi

Il Palazzo visto dal frutteto

Il frutteto

Il castagneto

Peschiera per coltivazione delle trote

Ortaggi
Dal parco si accede alla Chiesa, costruita nel 16 mo sec., il cui l’altare è addobbato da ornamenti floreali.


Qui sono sepolti i Vertemate Franchi.
Nella valle si coltivavano la segale, il miglio, il panico, l’orzo, il frumento. La facciata del palazzo risponde alla sezione aurea di Luca Pacioli, frate francescano, matematico e collaboratore di Leonardo Da Vinci, rettangolo costruito sul rapporto 1:2 π. Al centro del giardino c’è una fontana con la statua di Ercole.

Statua con Ercole
Ghiacciaia, frigorifero del passato,- in una buca profonda di 8 metri cilindrica si accumulava il ghiaccio e la neve d’inverno.

Ghiacciaia, frigorifero del passato
Sulle pareti dell’Atrio del Palazzo sono raffigurate quattro divinità, allegorie di 4 elementi – Ercole - Aria, con clava e pelle di leone, Nettuno – Acqua, con tridente e mostro marino, Saturno - Terra, il dio romano di agricoltura, con la falce e Vulcano - fuoco, con incudine, tenaglie e martello. Sono dipinti inoltre altre divinità simboliche: Giunone (non certo) con un pettirosso, le affibbiavоno il ruolo dell’Aria; Cerere, dea dell’agricoltura, della terra e di fertilità, con cornucopia di fiori, falcetto, corona fiorita, protettrice di un ricco raccolto e anche dea dell’abbondanza”; Bacco, dio della vite, con coppa, grappoli d’uva, corona di pampini; Priapo, simbolo di fecondità, protettore degli orti, vigne, degli armenti e delle api.
Sala di Giove e di Mercurio.
Dall’atrio si entra nella Sala di Giove e Mercurio, è la piu grande del palazzo, completamente dipinta, dedicata alla mitologia.

La sala di Giove e Mercurio
Sulle pareti ci sono le immagini di Apollo, dio-sole e il dio della musica, che porta una corona di alloro e suona una viola da braccio; Minerva, dea di guerra, anche protettrice delle scienze e delle arti, rappresentata armata di lancia, di elmo e corazza, tiene nella mano la testa di Medusa Gorgona. Al centro della parete, sopra al camino con lo stemma di Vertemate, in un medaglione è rappresentata la Pace che con una torcia dà fuoco alle armi, alla sua destra è raffigurato Marte, dio della guerra. Sulle altre pareti vi sono Diana, rappresentata con falce di luna, e cesto con le pere; nel riquadro centrale c’è Giove con aquila, fulmine e saette, Mercurio con la lira e il caduceo. In vicinanza del camino è rappresentato un anziano che si scalda al fuoco – l’Inverno, e poi, in senso orario: la Primavera – donna con mazzo di fiori, l’Estate – con mazzetti di spighe, l’Autunno – uomo con grappoli d’uva. Nella sala si alternano figure allegoriche maschili e femminili di incerta interpretazione: figura femminile con palma e aquila, figura maschile con libro e oca, figura femminile alata con due trombe e elefante, figura femminile con corona e falco, figura maschile con libro aperto e gallo, figura maschile con clessidra, libro e fagiano, figura femminile con sfera e scimmia.
Nelle sei lunette vi sono scene tratte da “Metamorfosi” di Ovidio: Giove si innamora di Io, la figlia di Inaco, e la seduce, vorrebbe nascondere la sua infedeltà a Giunone, ma non gli riesce. Giove tramuta Io in una bianca giovenca ed è costretto a regalarla alla moglie, che l’affida ai cento occhi di Argo per custodirla. Giove manda Mercurio a riprenderla. Il messaggero degli dei addormenta Argo suonando la siringa, strumento a fiato costituito da sette canne forate di diversa lunghezza, usato dai pastori nell’antica Grecia. Mercurio gli mozza la testa. Giunone prende i cento occhi del gigante e in suo ricordo li applica alla coda del pavone, dove ancora restano. Mercurio racconta ad Argo come era nata la siringa. Pan, il dio dei boschi e dei prati, delle greggi e delle mandrie, insegue la ninfa Siringa. Il fiume Ladone interrompe la corsa. La ninfa prega di essere salvata e viene trasformata in canne palustri. Il vento soffia tra le canne, quel suono piace al dio che ne taglia alcune e ne fa un flauto multiplo, che prende il nome di “siringa”.
La prima e piu’ celebre passione di Apollo fu la ninfa Dafne. Un amore nato dal malumore di Cupido che aveva colpito il dio con una freccia dalla punta d’oro che lo fa innamorare. Un’altra l’aveva tirato a Dafne, ma era la freccia dalla punta di piombo che non permette innamoramento e cosi Dafne chiede di essere messa in salvo ed è tramutata in alloro.
Sala di Giunone

Sala di Giunone
Una delle sale piu'particolari è la Sala di Giunone dedicata alle udienze, totalmente in legno ciliegio. Nella sala c’è un piccolo ripostiglio dove uno scrivano verbalizzava quanto veniva trattato durante le riunioni. Sopra arricchito con intarsi vi era scritto: “Il darsi da fare in campo economico accresce il potere”. Sopra tra le nuvole vi è Giunone su una carrozza d’oro trainata da una coppia di pavoni. Giunone è li in cielo, per scovare le infedeltà del marito. E’ risaputo che Giove rincorreva ogni gonnella, correva la cavallina sia con dee che con donne mortali. Giunone si arrovellava di gelosia, macchinava vendette verso il marito e le sue belle, ma non lo butto’ mai fuori di casa o chiese il divorzio. Quattro altri riquadri raccontano la storia di Callisto.
La giovane Callisto che in greco vuol dire “la piu’ bella”, è figlia di Licaone re dell’Arcadia. Ha scelto di restare vergine per far parte della compagnia di Diana. Lei sta sola soletta in un angolo a rinfrescarsi i piedi. Giove la vede: Cupido gli spedisce una freccia dalla punta d’oro, quelle che fanno innamorare. Giove prende l’aspetto di Diana e seduce Callisto. La dea va a prendere il bagno con le compagne: Callisto non vorrebbe spogliarsi e si scopre che è incinta. Diana e le compagne si arrabbiano perché ha violato la promessa di restare vergine. Callisto ha partorito Arcade. Giunona, furibonda, afferra per i capelli la rivale e la trasforma in orsa. Arcade, divenuto adulto, va a caccia e si trova sotto tiro dell’arco un’orsa. Non sa che è sua madre. Interviene Giove che trasforma pure Arcade in orso e li manda entrambi in cielo. Cosi sono nate le costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore.

Costellazioni di Orsa maggiore e Orsa Minore
Sotto, appena sopra la boiserie, è la storia di Perseo. Acrisio, re dell’Argo, ha una figlia sola, Danae. Si rivolge all’oracolo di Delfi perché vuole un erede maschio. L’oracolo è chiaro: non avrebbe avuto altri figli oltre a Danae e il figlio di lei sarebbe stato la causa della sua morte. Il re prende la figlia e le fa la predica, rinfacciandole la colpa futura. Acrisio dà incarico di costruire una camera di bronzo sotterranea nel cortile del palazzo reale dove segrega la figlia con la nutrice. Il destino è segnato e ineluttabile. Il re non aveva fatto conti con Giove. Il dio si fa nuvola e fa piovere gocce d’oro su Danae e la feconda. Sofocle scrive: “La sua tomba fu il suo talamo nuziale”. Nasce Perseo. Il re non se la sente di far ammazzare figlia e nipotino e li fa chiudere in una cassa che viene affidata alle onde del mare. La storia del Perseo continua nella Sala di Perseo.
Sala di Perseo.
Tante pareti del palazzo sono state danneggiate dall’umidità e dal tempo. Nella Sala di Perseo è rimasta la sua storia allegorica. La cassa con Danae e il figlio giunge all’isola di Serifo, dove loro vengono trovati dal pescatore Ditti, fratello del re Polidette. Li ospita a casa sua e se ne prende cura. Polidette si innamora di Danae, ma è contrastato da Perseo, che è cresciuto. Il re cerca un pretesto per toglierselo d’attorno e gli chiede di andare al di là dell’Oceano a uccidere Medusa e di portargli la testa. In aiuto di Perseo vengono Mercurio (cappello alato) e Minerva. Perseo coni doni e suggerimenti dei due dei riesce a uccidere Medusa e a tagliarle la testa.
Al primo piano sono collocate tante altre sale ad uso cucina, sala della musica dove sempre raffigurate figure allegoriche femminili e maschili, strumenti musicali, satiri, centauri, serpenti alati, fiori.
Le pareti delle sale del secondo piano sono tutte decorate con delle immagini di divinità ed allegorie: nella stanza delle Arti e degli Amori vi sono Nettuno, Pan e figure fantastiche, allegorie delle arti e delle scienze – geometria (squadra), pittura (pennello e ciotola per i colori), scultura (scalpello e martello), aritmetica (tabella con numeri), architettura (regolo), astronomia (sfera armillare). Nella Sala delle Cariatidi vi sono le allegorie – Acqua (pioggia, mare, anfora), Aria (nuvole e uccelli), Fuoco (folgore e salamandra, perche secondo i bestiari medioevali era inattaccabile dal fuoco ed aveva il potere di spegnerlo), Terra (grotta e globo terrestre). Ma la sala piu’ affascinante che rappresenta tutti i 12 segni zodiacali è quella dello Zodiaco.
Sala dello Zodiaco.

Partendo dal camino, il segno dell’Ariete e del mese di Marzo è rappresentato dalla figura maschile con attributi che si riferiscono ai lavori nelle vigne (falcetto per potare, palo di ferro per creare la sede per piantare i pali per sorreggere le viti, fascio di virgulti di salice che servono per legare e fermare i tralci);
Segno del Toro e il Mese di Aprile: giovane guerriero con berretto ornato da piume, tra le mani ha due mazzetti di fiori;
Segno di Gemelli e il mese di Maggio: soldato con elmo pennuto e due mazzetti di fiori;
Segno del Cancro e il mese di Giugno: giovane contadino con falce messoria, detta frumentaria e un covone di cereali;
Segno di Leone e il mese di Luglio: contadino con cappello di paglia e un correggiato fra le mani, strumento per la battitura dei cereali;
Segno di Vergine e il mese di Agosto: si avvicina la vendemmia e il bottaio è all’opera;
Segno di Bilancia e il mese di Settembre, raffigurato anche come Giustizia: regge con la destra la spada e con la sinistra la bilancia, settembre reca grappoli d’uva bianca e nera e un rametto con fichi;
Segno di Scorpione e il mese di Ottobre: l’uomo raffigurato tiene in mano e porta nel cesto le castagne, sul mantello è scritto MDC – una data o tre iniziali?;
Segno del Sagittario e il mese di Novembre che tiene un rametto con nespole e i registri dei conti, quello del dare e quello dell’avere, San Martino era il giorno cruciale per gli affittuari che dovevano saldare i conti in denaro o in natura con i padroni;
Segno del Capricorno e il mese di Dicembre: è grande festa perche si sono permessi di allevare un maiale, il personaggio regge la testa del maiale e un prosciutto;
Segno dell’Acquario e il mese di Gennaio: fa un freddo cane, non si lavora, tutto intabarrato e le mani si infilano in un manicotto di pelle di pecora;
Segno dei Pesci e il mese di Febbraio: è il tempo di festeggiare il carnevale.

Sala dello Zodiaco

Sala dello Zodiaco
Sulla parete nord-orientale è il racconto delle sofferenze d’amore di Glauco per Scilla. Scilla non accetta il corteggiamento del dio e fugge. Glauco si infuria e chiede aiuto a Circe, che cerca di sedurlo. La maga prepara un sortilegio: raccoglie le erbe malefiche dai succhi terribili e nel tritarle aggiunge formule evocanti Ecate. Circe seguita da Glauco, cammina sulle onde fervide di schiuma a piedi asciutti. Raggiungo Scilla e la maga trasforma la rivale in amore in una mostruosa fiera.
Un altro tema: Circe trasforma in porci i compagni di Ulisse che sono approdati sull’isola di Eèa. Mercurio corre in soccorso di Ulisse e gli suggerisce come imbrogliare Circe e costringerla a restituirgli i compagni. I compagni di Ulisse escono dalle porcilaie e, unti di un nuovo farmaco, perdono le setole e tornano uomini.
Un altro tema ancora: Latona partorisce due gemelli, Apollo e Diana. Fugge con i figli stretti al seno per sottrarsi a Giunone, giunge a Licia, stanca e assetata per la calura estiva che inaridiva i campi si ferma a bere a un laghetto, ma i contadini glielo impediscono, entrano nell’acqua e le intorbidano l’acqua, sollevando dal fondo il fango con le mani e piedi. La dea li trasforma in rane. Cosi sono nate le rane.
Niobe è l’esempio classico di superbia punita. Era figlia di Tantalo e moglie del re di Tebe, vanto’ la sua superiorità genealogica (era nipote e nuora di Giove) e di prolificità, avendo dato alla luce sette maschi e sette figlie. Apollo e Diana vendicano l’onore della madre uccidendo tutti i figli di Niobe. Lei per il dolore è trasformata in una pietra che continua a piangere.
Un altro tema: il re Mida ha ottenuto da Bacco il dono di trasformare tutto in oro. Si tiene una gara musicale tra Apollo e Pan. Giudice è il dio montano Tmolo. E’ presente anche il re Mida che non è d’accordo con il verdetto del giudice che dava Apollo per vincitore. E il dio gli regala due orecchie di asino.
Sull’altra parete è raccontata la storia di Atalanta e di Ippomene. Secondo il mito, Atalanta era una cacciatrice molto prestante, usava sfidare i pretendenti a una gara di corsa. L’esito era quello che vinceva sempre lei e il perdente veniva punito con la morte. Atalanta rimane imbattuta e vergine, finche incontra Ippomene, che avuto da Venere tre pomi d’oro. Durante la corsa getta gli frutti e Atalanta si ferma a raccoglierli e perde la gara. I due si amano poi in un tempio di Cibele, che si arrabbia perche hanno profanato il suo tempio e tramuta entrambi in leoni. Cosi sono nati i leoni.
Sovrasta la Sala dello Zodiaco un magnifico plaffone di 1 metro di profondità in cedro di intaglio ornamentale con al centro la figura di Fama volante, mentre nei triangoli laterali è raffigurata Venere su un carro trainato da cigni.

Plaffone in cedro, Sala dello Zodiaco.
Questo soffitto era già pronto ad essere venduto all’estero quando i Sig.ri Napoleone Brianzi e Mina Arrigoni nel 1902 capitarono a Piuro e comperarono il palazzo – un esempio in cui il capitale privato investito successivamente nella ristrutturazione dell’immobile ha aiutato a conservare il gioiello che sicuramente è, il Palazzo di Vertemate Franchi. Nel 1911, su iniziativa dell’arch. Frigerio, l’ing. Antonio Giussani e don Santo Monti, una copia del soffitto-cassone intarsiato, ha rappresentato l’arte lombarda all’esposizione di Roma.
Dopo la morte della Sig.ra Arrigoni nel 1930, il palazzo è passato in proprietà al conte Solito de Solis di Castovillari, il quale non ha dato nessun segno di vita all’immobile. Solo nel 1939 il palazzo, a seguito di un’asta pubblica, è capitato nelle mani di altre persone appassionate, ad Antonio Feltrinelli e all’architetto ingegnere Luigi Bonomi. Quest’ultimo ha continuato l’opera svolta dai coniugi Brianzi e non ha lesinato a spese per farlo ritornare al precedente splendore. Dopo la sua morte, l’architetto Bonomi lascio’ la villa a Maria Eva Sala la quale nel 1986 in un testamento ha lasciato il palazzo al comune di Chiavenna.

Il Palazzo Vertemate Franchi é aperto al pubblico dal 1987 e rappresenta uno dei monumenti piu’ significativi della Valchiavenna.
Vicino a Chiavenna, sulle colli del Paradiso e del Castellaccio si puo' visitare anche il Parco botanico-archeologico Paradiso. Istituito nel 1955 ed oggi parte del Museo della Valchiavenna, il parco è dominato dai resti del millenario castello di Chiavenna.
La Riserva Marmitte dei Giganti, che comprende sia patrimonio archeologico e storico degli antenati, rappresentato con l’arte rupestre non ancora decodificato, con l’arte antica di elaborazione della pietra naturale con le qualità fisiche uniche, steatite, che l’architettura naturale dei giganti dell’origine glaciale, l’ecosistema del fiume Mera, con la sua ricca flora e fauna, rappresenta un complesso unico storico-аrcheologico ed ecologico della Valchiavenna, di cui una vera perla è il Palazzo Vertemate Franchi. Non è stimabile il ruolo dei migliori rappresentanti delle famiglie nobili come Brianzi, architetto ed ingegnere Bonomi, e dell’ultima proprietaria del Palazzo Maria Eva Sala, i quali grazie al loro instancabile pensiero e lavoro, alla passione e a notevoli investimenti privati, hanno potuto portare fino ai giorni nostri, passando attraverso quasi 5 secoli, l’idea dei creatori del Palazzo. Con il linguaggio allegro della mitologia greca, i creatori della villa hanno voluto esprimere la loro visione del ruolo dell’Uomo sulla Terra, come un instancabile agricoltore, costruttore, musicista, architetto, poeta, viaggiatore, astronomo. Hanno voluto dare una visione del pianeta Terra, come unico pianeta, collegato con altri pianeti dell’Universo e il ruolo del Sole, come fonte di vita. Gli affreschi murali del Palazzo rappresentano un inno alla Natura, in tutta la sua multiforme espressione, è un tributo al rispetto delle forze della natura, del ruolo dell’Uomo, nei limiti delle ciclicità dell’anno e della vita, come rappresentante della Saggezza Divina e della Ragione sulla Terra. La migliore espressione attuale di questo ruolo – grande anima del popolo della Valchiavenna, che ama e cura la propria terra, che ha potuto proteggere fino ai giorni nostri, irripetibile, non inquinata, fiorente natura dei paesaggi, vivendo in armonia con la natura.
I figli della donna sono cresciuti. Ognuno ha la propria famiglia. Sono già cresciuti anche i loro figli. Cosi’, insieme con la storia dell’amicizia tra due famiglie, ho conosciuto la millenaria storia di questa valle, un esempio della via dell’unità tra Cielo, Terra e Uomo.

27.07.2011
Bibliografia:
http://www.parks.it/riserva.marmitte.dei.giganti
http://it.wikipedia.org/wiki/Mera
http://www.edipower.it
http://www.waltellina.com/storie/piuro/
http://www.provincia.so.it/cultura/archiviStorici/testi/archivi/Piuro
www.pietraollare.com.
http://www.comune.chiavenna.so.it
Il Palazzo Vertemate Franchi, Giovanni Giorgetta, Lyasis, 1997, 96 pp.
Racconti delle nonne Pierina e Edvige.
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