• Category Archives Inquinamento dell’ambiente
  • S.I.N. “BUSSI sul fiume TIRINO”

    Fiume Tirino, Abruzzo

    Contenuto:

    1.Inquinamento delle acque da sostanze chimiche

    2.Fiumi Tirino e Pescara

    3.Polo Chimico a Bussi sul Tirino e a Piano d’Orta Bolognano – 100 anni di inquinamento

    4.S.I.N. Bussi sul Tirino e inquinamento

    5.Salute e inquinamento

    6.Battaglia legale e problemi di bonifica del S.I.N. Bussi sul Tirino

    SUMMARY

    Il fiume Tirino significa triplice sorgente. E’ uno degli affluenti del fiume Pescara che sfocia nel mare Adriatico. Il fiume Tirino è attraversato dal piccolo paese Bussi sul Tirino efa parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

    In queste terre si trova la Riserva Naturale “Sorgenti del fiume Pescara” ricompresa nel SIC “IT7110097 Fiumi Giardino – Sagittario – Aterno – Sorgenti del Pescara” che anche l’Oasi della WWF. Sul fiume Pescara è stato istituito il SIC “IT7130105 Rupe di Turrivalignani e Fiume Pescara”.

    Tale territorio rappresenta la zona sorgentifera più importante della Regione di Abruzzo e di Europa.

    Bussi è stato da sempre considerato un sito comodo grazie all’acqua.

    Nel 1901 nel piccolo paeseBussi sul Tirino fu impiantata la fabbrica “Officine di Bussi sul Tirino”

    Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale la fabbrica produceva iprite, arsine, fosgen, difosgen e lewisite.

    Finite le guerre, la fabbrica ha convertito la chimica militare in chimica civile, producendo coloranti, concimi sintetici, carburanti.

    Dalla fabbrica uscivano cisterne di cloro, cloroetani, ipoclorito, cloruro ammonico, piombo tetraetile, trielina, carburo di calcio, dicloroetano, acido monocloroacetico.

    Il Polo Chimico a Piano d’Orta Bolognano, vicino al fiume Orta, affluente del fiume Pescara, a 2 km dalla prima fabbrica, fu impiantato nel 1901 per produrre acido solforico. Negli anni successivi alle guerre la fabbrica si specializza nella produzione di concimi chimici e di fungicidi.

    Fino a tutti gli anni60 il sito industriale chimico di Bussi ha sversato una tonnellata al giorno di veleni residui della produzione nel fiume Tirino.

    I primi allarmi riguardo l’inquinamento del fiume Tirino arrivano negli anni 70: mercurio nei pesci, nel grano, nella vite, nell’olivo, piombo nel grano, nei semi, nell’olivo…

    Negli anni 70 l’inquinamento  sembra l’effetto collaterale  del lavoro: una distorsione necessaria che si deve accettare in quanto, il bene lavoro prevaleva su tutto”. 

    Il paese Bussi si è sacrificato all’altare del lavoro ricevendo in cambio un inquinamento senza pari.

    Un uomo solo si oppose all’inquinamento negli anni 70 – l’assessore all’Igiene e alla Sanità del comune di Pescara Giovanni Contratti. Fu un Don Chisciotte  in lotta contro i mulini a vento al Polo Chimico di Bussi con il mercurio. 48 anni fa pretese la bonifica.

    Dopo Contratti, si registra un vuoto di 35 anni fino a quando nel 2007 il Corpo Forestale  scopre la discarica con i rifiuti tossici. La discarica Tre Monti è stata definita la più grande discarica abusiva d’Europa. Costruita a 20 m dalla sponda del fiume Pescara, ad una profondità di circa 5-6 m la discarica conteneva circa 250’000 t di sostanze altamente inquinanti.

    Intorno alla discarica Tre Monti il phytoscreening dei tronchi di Populus sp. ha mostrato il superamento di alcune sostanze chimiche fino a 5’000 volte il limite ISS.

    Solo il cloroformio era fino a 3 milioni di volte più del consentito.

    Dante Caserta, Presidente del WWF Abruzzo, raccontò cosa avevano dichiarato i  tecnici dopo il sopralluogo nella discarica Tre Monti: “Siamo attoniti di fronte alle …. lastre di metri di spessore ed estese per decine di m2 di cristalli di sostanze tossiche; materiali di ogni colore immaginabile; tecnici che si sono sentiti male nonostante maschere e tute di protezione”.

    Più tardi vengono scoperte altre due discariche: “2A” e “2B”.

    Nella discarica della fabbrica di Piano d’Orta Bolognano sono stati interrati intorno a 30’000 m3 di rifiuti pericolosi alla profondità di 10 m.

    Il Sito d’Interesse Nazionale “Bussi sul Tirino” (S.I.N.) viene istituito il 24.07.2008. Il S.I.N. è ubicato sul territorio della Regione Abruzzo, nelle Province di Pescara e Chieti e comprende 11 comuni.

    Da bonificare sono 234 ettari.

    Sono 20 campi di calcio inquinati.

    Gli autori del 5o rapporto SENTIERI pubblicato nel 2019 scrivono che in “tutti i siti con eccessi di nefropatie (fra i quali Bussi sul Tirino, Crotone, Milazzo, Sulcis, Orbetello, Terni e Porto Torres) a fronte della presenza di contaminanti prioritari nefrotossici, andrebbero effettuate analisi sulla distribuzione delle nefropatie …, secondo la metodologia applicata nel contesto di Taranto.

    Uno studio nel 2018 su campioni di urina della popolazione residente a Bussi da almeno 10 anni haconfermato la presenza delle sostanze inquinanti nelle zone delle discariche.

    Per più di 100 anni Montedison e funzionari pubblici non si sono limitati a inquinare la Val Pescara. Hanno falsificato le analisi, occultato documenti, eluso i controlli. Hanno causato “un disastro ambientale di immani proporzioni”, scriveva  il sostituto Procuratore della Repubblica Aldo Aceto. I reati contestati: avvelenamento delle acque, disastro doloso, commercio di sostanze contraffatte o adulterate, delitti dolosi contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti e truffa.

    Il 6 aprile 2020 un’interminabile battaglia legale durata 13 anni, nota come Processo di Bussi” è arrivata alla conclusione definitiva, con emanazione della Sentenza del Consiglio di Stato che ha definitivamente deciso che la bonifica deve essere eseguita da chi ha inquinato, la Edison. La Edison che prevede però solo il capping, intombamento, per ridurre costi, e che non ha mai voluto parlare di bonifica…

    Resta incompiuta la bonifica del territorio e l’applicazione del sacrosanto principio del chi ha inquinato paghi.

    Resta ancora da applicare il sacrosanto principio della società civile di proteggere, di non inquinare le zone sorgentizie e le zone acquifere più importanti dell’Abruzzo e d’Europa.  

    La “pistola fumante”, l’inquinamento che dura da più di 100 anni, continua ad inquinare.

    Il Patrimonio Idrico, le zone sorgentizie, le falde acquifere devono essere difese.

    L’acqua deve essere tutelata dalle industrie senza scrupoli.

    22.08.2020

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com

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  • S.I.R. “Fiumi Saline e Alento”

    Sorgente “Cascata del Vitello d’Oro”, Gran Sasso, Abruzzo

    S.I.R. “Fiumi Saline e Alento”

    Contenuto:

    1. Fiumi Saline e Alento
    2. Sito di bonifiche di Interesse Nazionale S.I.N.“Fiumi Saline-Alento”
    3. Qualità ecologica dei fiumi della Regione Abruzzo
    4. Inquinamento dei fiumi Saline e Alento

       SUMMARY

    Secondo il WWF, Marelibero e Abruzzo Social Forum i fiumi Saline e Alento, che scorrono nella Regione Abruzzo e confluiscono nel Mare Adriatico, sono in una crisi ambientale quasi senza ritorno.

    Alla foce del fiume Saline tempo fa si fermavano uccelli migratori e stanziali. Nel 2002 la foce è diventata l’Oasi della WWF, tutelando circa 40 ettari lungo il fiume Saline. Oggi l’Oasi è stata abbandonata a causa del degrado sociale dell’area.

    Il Ministero dell’Ambiente con Decreto Ministeriale del 3 marzo 2003 ha perimetrato il Sito di Bonifiche Nazionale, S.I.N. “Fiumi Saline e Alento”, a causa di inquinamento dei tratti terminali e di numerosi scarichi abusivi. L’area si estende per 1’132 ettari su 8 comuni. Il 19.05.2014  il S.I.N. è stato declassato in Sito di Interesse Regionale “Fiumi Salente e Alento” (S.I.R.).

    Se una volta alla foce del fiume Saline  c’era l’Oasi WWF, adesso ad un passo dal fiume sorge la discarica di Villa Carmine, diventata uno sversatoio di rifiuti. Siringhe, cumuli di rifiuti, abbandono, degrado della foce del Saline. Una discarica a cielo aperto, presa di mira da tossicodipendenti, da ditte che lungo il fiume scaricano illegalmente  rifiuti. Un’autentica bomba ecologica, con rifiuti sotterrati e gettati lungo le sponde del fiume.

    Nel perimetro del S.I.R. del fiume Saline l’attività antropica si caratterizza di 111 aziende, invece nel perimetro del S.I.R. del fiume Alento sono attive 27 società.

    Nei fiumi Saline e Alente sono stati trovati nei terreni, nelle acque superficiali e sotterranee, nei sedimenti fluviali e marini PCB e diossine, metalli pesanti,  idrocarburi e solventi, solfati, IPA, sostanze azotate, fitofarmaci, ftalati. Tanti inquinanti si caratterizzano di bioaccumulo negli organismi e di biomagnificazione lungo la catena alimentare.

    I fiumi Saline e Alento stanno subendo un effetto domino a causa dell’inquinamento dovuto alle eccessive attività antropiche, allo scarico illegale dei liquami nei fiumi, all’interramento mostruoso dei rifiuti pericolosi sulle rive, – tutto ciò ha portato agli squilibri ecosistemici, al danneggiamento degli habitat di moltissime specie, all’abbandono dell’Oasi  WWF “Foce del Saline” e, alla fine, al degrado degli ecosistemi dei fiumi.

    A fine 2019 S.I.R. “Fiumi Saline e Alento” e la discarica di Villa Carmine continuano ad essere una terra di nessuno, in permanente stato di abbandono. Una bonifica attesa da oltre 25 anni.

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    19.06.2020

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • S.I.R. “Basso Bacino del Fiume Chienti”

    Contenuto:

    1. La regione Marche e le sue ricchezze naturali

    2. Valle del fiume Chienti

    3.S.I.R. “Basso Bacino del fiume Chienti”

    4. Le cause dell’inquinamento del fiume Chienti

    SUMMARY

    La regione Marche è famosa per la grande varietà naturale del paesaggio. Il suo patrimonio naturalistico è imponente: 2 parchi nazionali, 4 parchi regionali, 6 riserve. Sono gioielli naturali dove crescono moltissime specie di vegetazione e abita numerosa fauna.

    La regione Marche è ricca d’acqua: conta 16 laghi e circa 50 fiumi, tra principali e tributari. La regione conta 33 bacini idrografici, tra cui il fiume Chienti è tra i maggiori. Malgrado la bellezza paesaggistica della Valle Chienti,  il fiume Chienti è uno dei più inquinati della regione, tanto che nel 2001 il suo bacino è stato incluso nella lista dei Siti di Importanza Nazionale per la bonifica, S.I.N. “Basso Bacino del fiume Chienti”, declassato poi nel 2013 in S.I.R., di Importanza Regionale. Nella zona abitano 208’909 persone.

    Il fiume Chienti nasce dalla catena degli Appennini presso il Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Si estende su una superficie di 1’298 km2 per una lunghezza di circa 91 km. Il fiume sfocia nel Mare Adriatico tra i comuni di Civitanova Marche e Porto Sant’Elpidio.

    L’intero bacino del fiume Chienti è sfruttato intensivamente per la produzione di energia elettrica che alimenta 7 centrali idroelettriche.  

    L’inquinamento del Basso Bacino del fiume Chienti è stato scoperto nel 1992 per un totale di 26 km2 e interessa 5 comuni.

    Dal 2002 in 4 anni il numero di siti inquinati nella regione Marche è aumentato di 5,4 volte: 2002 – 78, 2004 – 136, 2006 – 422 siti.

    Principali responsabili del diffuso inquinamento dell’area della bassa valle del fiume Chienti sono le numerose aziende del settore calzaturiero che hanno utilizzato composti organo-alogenati sversati poi sul suolo, nel sottosuolo e nelle acque di falda.

    Durante i monitoraggi eseguiti dall’ARPAM, il fiume Chienti era stato suddiviso nei tratti: Alto, Medio e Basso Chienti. Il Basso Chienti presentava i valori maggiori in tutte e tre le fonti di pressione (civile, industriale e zootecnica).

    Nel 94 % dei casi l’inquinamento del basso tratto del bacino idrografico Chienti è causato dall’uso agricolo e zootecnico delle zone vicine al  fiume Fiastra, nello 0,04 % – dal fiume Chienti (nitrati, nitriti, pesticidi), dagli scarichi civili di alcuni comuni. Solo una piccola percentuale dell’inquinamento  è dovuta all’uso industriale che rilascia però nel fiume una quantità di sostanze pericolose, come idrocarburi alifatici clorurati, metalli pesanti (zinco, nichel, rame, ferro, manganese), PCB, IPA, DDT, DDD, DDE,  sufficiente per causare moltissime malattie e patologie della popolazione.

    Dopo quasi 30 anni di inquinamento  aumentano le morti e le malattie.

    Nel 2011 lo Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento dell’Istituto Superiore di Sanità  “SENTIERI” evidenzia nelle Marche, in particolare, a Falconara Marittima, Civitanova Marche, Montecosaro, Morrovalle e S. Elpidio a Mare, nel Basso Bacino del fiume Chienti, un ruolo causale di metalli pesanti (piombo, mercurio), IPA e di solventi organo-alogenati nell’incremento delle patologie dell’apparato genito-urinario negli uomini, di malattie del sistema circolatorio nelle donne, delle insufficienze renali, delle malattie neurologiche, eccesso della mortalità perinatale nei bambini minori di un anno.

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    23.04.2020

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • L’inquinamento del fiume Sarno

    Una delle sorgenti del fiume Sarno  Castellammare di Stabia, foce del fiume Sarno

    Contenuto:

    1. S.I.R. “Bacino idrografico del fiume Sarno”
    2. LE CAUSE DELL’INQUINAMENTO DEL FIUME SARNO
    3. STUDI SULL’INQUINAMENTO DEL FIUME SARNO
    4. PROBLEMATICHE SANITARIE ED EPIDEMIOLOGICHE
    5. Nel fiume dei rifiuti non abiteranno mai trote e anguille

    SUMMARY

    Il fiume Sarno è un torrente lungo 24 km, che attraversa 3 province della Campania, Salerno (54 %), Napoli (29 %)e Avellino (17 %), 39 comuni, dove abitano tra 750’000 e 1 milione di abitanti. Il reticolo idrografico del fiume Sarno è arricchito da un gran numero di affluenti secondari, per uno sviluppo lineare complessivo di circa 1’630 km. Il fiume Sarno sfocia nel Golfo di Napoli.

    La conferenza sui fiumi meno salubri del pianeta, tenutasi a settembre del 2018 a New York, ha inserito il fiume Sarnotra i 20 più inquinati al mondo”. Qui scorre di tutto, secondo i dati CNR: acqua, cromo, cadmio, piombo, rame, nichel, vanadio, arsenico, zinco, manganese, ferro, tetracloroetilene, policlorobifenili, idrocarburi, pesticidi e perfino cocaina

    L’inquinamento del fiume mina la salute dei cittadini, inficiando negativamente sull’economia agricola del luogo.

    Dal 1915 ad oggi il fiume ha conosciuto il suo periodo più nero.

    La bonifica del fiume Sarno è partita nel 1973.

    Nel maggio del 1976 entrò in vigore la legge Merli contro l’inquinamento delle acque.

    Dal 1988 il bacino del fiume Sarno era stato dichiarato “area ad alto rischio della crisi ambientale” da parte del Ministero dell’Ambiente.

    Nel 1995 viene dichiarato lo stato di “Emergenza socio-economica-ambientale” del fiume Sarno.

    Il Sito di Interesse Nazionale Bacino Idrografico del Fiume Sarno è stato inserito tra i Siti da bonificare d’Interesse Nazionale con Legge del 23 dicembre 2005 n. 266.  A seguito della declassificazione l’11 Gennaio 2013 le competenze del SIN Bacino Idrografico del Fiume Sarno sono state trasferite alla Regione Campania.

    Nel 2018 un Rapporto del Senato dei Deputati ha confermato che la situazione del bacino idrografico del fiume Sarno rappresenta ancora una grave e seria criticità ambientale della regione Campania. Dalla prima bonifica del corso d’acqua programmata nel 1973 sono trascorsi 45 anni ma non è cambiato nulla. Ancora oggi le acque reflui non depurate di oltre un milione di abitanti gravano sul fiume Sarno.

    Il degrado del fiume Sarno è l’esempio più evidente della scarsa applicazione in Italia delle norme riguardanti la tutela ambientale, la difesa delle acque dall’inquinamento. Il fiume Sarno è da tutti considerato un comodo sversatoio di rifiuti, sia dalle fabbriche che dagli agricoltori e, fatto più grave, dai privati cittadini.

    Secondo il rapporto della Commissione Parlamentare del 12 aprile 2006,  lo stato di gravissimo degrado del bacino del fiume Sarno è dovuto alla combinazione di tre principali tipi di inquinamento:

    industriale derivato dall’assenza di idonei impianti di depurazione per il trattamento degli scarichi non trattati degli stabilimenti conciari, conservieri, cartari, tessili, tipografici;

    agricolo, derivato dall’uso indiscriminato di fertilizzanti chimici, fitofarmaci, diserbanti;

    urbano, dovuto all’assenza di rete fognarie, ai pozzi neri disperdenti e allo sversamento di reflui non depurati nelle acque del Sarno.

    Una volta nel fiume abitavano i pesci il muggine, la trota e l’anguilla.

    Secondo il Rapporto della Commissione Parlamentare del 2006, sarebbero oltre 200 le industrie conciarie concentrate nel territorio solofrano. L’ inquinamento degli scarichi conciari è dovuto essenzialmente a elevato carico organico, solfuri, solfati, cloruri, tensioattivi, sali ammoniacali, sali di cromo o altri minerali, fenoli, solidi sospesi, etc.

    Le imprese conserviere sono invece circa 90. Sono concentrate nell’Agro Nocerino-Sarnese. Il fiume negli anni si è poi guadagnato il soprannome di “Rio Pomodoro”.

    L’ARPAC (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale in Campania) ha mostrano che su tutto il tragitto del fiume Sarno per il periodo 2003-2004 gli scarichi civili sono più alti di 3 volte di quelli industriali.

    La storia del bacino del fiume Sarno è la catastrofe silenziosa che va avanti da oltre 40 anni alimentata dall’omertà di politici, amministratori, magistrati che sapevano e per interessi, distrazione, inerzia hanno scelto di tacere.

    Ancora nel 1997 un Rapporto OMS segnalava nella zona del fiume Sarno un indice di mortalità per cancro e leucemia superiore del 17 % rispetto ad altre zone del mondo.

    I dati di alcuni studi concentrati sulla provincia di Salerno, nella zona di “Pentagono della morte, Scafati – Angri – Nocera Inferiore/Nocera Superiore – Siano – Sarno, confermanola prevalenza di malformazioni in siti altamente inquinati.  Nella zona del fiume Sarno l’incidenza delle malattie cerebro-vascolari è cresciuta del 20 %. L’incidenza del linfoma non Hodgkin è cresciuta del 53 %, che si può attribuire all’uso di pesticidi. L’incidenza di patologie come il morbo di Parkinson, l’Alzheimer e l’autismo si registra omogeneamente lungo tutta la tratta inquinata del fiume Sarno. 

    Nella foce del fiume Sarno la costa è severamente degradata, dove l’acqua, secondo la legge, non è più balneabile. Nel 2003 il fiume Sarno riversava nel Golfo di Napoli 54’000 litri/minuto di veleni e 300’000 colibatteri per decilitro (30 volte superiore dello standard legale!). A causa di alta carica batterica queste acque possono diffondere tifo, salmonellosi ed epatite virale.

    È desolante pensare che le stesse acque che in passato hanno svolto una funzione primaria come sorgente di acqua potabile, indispensabile non soltanto per l’uomo ma anche per gli animali, l’irrigazione dei campi e per la fauna dello stesso fiume, siano oggi una fogna naturale che rende impossibile la vita ai cittadini. 

    Fino agli anni ‘60 nelle acque del fiume Sarno abitavano trote e anguille…

    Oggi, a causa degli sversamenti delle fogne, delle concerie e industrie conserviere presenti lungo il corso del fiume e dei suoi affluenti, non esiste più alcuna forma di vita nel Sarno e l’acqua non può essere utilizzata perché pericolosa per la salute.

    Finora il problema dell’inquinamento del fiume Sarno rimane irrisolto.

    E’ un vero dramma dei cittadini che devono preoccuparsi di ciò che mangiano, bevono, respirano, perché non si può vivere dove si è costretti a scegliere tra la salute e un posto di lavoro.

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    22.02.2020

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • S.I.N. “Bacino del Fiume Sacco e Valle del Sacco”

    S.I.N. “Bacino del Fiume Sacco e Valle del Sacco”, Italia

    Contenuto:

    1. Il Danno Ambientale in Italia

    2. Valle e il fiume Sacco

    3. Polo Industriale e l’inquinamento della Valle del Sacco

    4. Industria BPD, Bombrini Parodi Delfino

    5.COLLEFERRO, Polo Industriale

    6. Studi sull’inquinamento della Valle del Sacco

    7. SIN “Bacino del Fiume Sacco a Valle del Sacco”

    8. Salute degli abitanti e l’inquinamento della Valle del Sacco

    SUMMARY

    Nel 2017 per la prima volta la Sesta Conferenza Ministeriale Ambiente e Salute dei 53 Paesi Europei, svoltasi a Ostrava, Repubblica Ceca, ha incluso il tema dei siti contaminati fra le priorità di sanità pubblica. E’ stata stimata la presenza di circa 342’000 siti contaminati in Europa, dei quali solo il 15 % sottoposto a interventi di risanamento ambientale.

    Nel 2019 per la prima volta in Italia ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)ha presentato un resoconto nazionale delle istruttorie tecnico-scientifiche aperte nel biennio 2017-2018 su incarico del Ministero dell’Ambiente. “Si definisce danno ambientale un deterioramento significativo e misurabile, provocato dall’uomo, ai suoli, alle specie, agli habitat e alle aree protette, alle acque superficiali (fiumi, laghi, mare) e sotterranee”, – definisce ISPRA.

    Dal rapporto dell’ISPRA risulta che nel 28 % dei casi giudiziari il danno ambientale è stato fatto dagli impianti industriali, nel 30 % dei casi dagli impianti di gestione rifiuti e nel 10 % dei casi dalle discariche abusive. Tra le sostanze inquinanti il 19 % comprendevano i composti volatili e il 27 %metalli. Nel 23 % dei casi è stato danneggiato il terreno e le acque sotterranee, rispettivamente, e nel 21 % dei casi – le acque interne.

    Di allarme idrico si parla da diversi anni. Lo studio dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente per il triennio 2003/2005 ha riscontrato nelle acque di fiumi e laghi italiani 112 pesticidi e altri 48 nelle acque di falda. Alcuni fiumi hanno una lunga storia di inquinamento, come i fiumi italiani Sacco, Aniene, Pescara, Lambro, Oliva, Salina, Sarno… Alcuni fiumi hanno un inquinamento accumulato per oltre 100 anni.

    Questa è la storia della Valle del Sacco, del fiume Sacco e del suo disastro ambientale.

    Il fiume Sacco, lungo circa 80 km, scorre nella regione Lazio. La Valle del Sacco, storicamente nota come Valle Latina, occupa c.a. 7’000 ha tra Roma e Frosinone. È il territorio comunemente denominato Ciociaria.

    Il fiume Sacco risulta contaminato per tutta la lunghezza del suo corso. 

    L’inquinamento del fiume Sacco riguarda mezza regione Lazio.

    L’ecosistema del fiume Sacco viene distrutto dal primo centro abitato che incontra, Colleferro, dal 1912 Polo Industriale.

    Nel 1912 a Colleferro è stata fondata l’industria bellica, la BPD (Bombrini Parodi Delfino), che nel dopo guerraestese la sua produzione nelle divisioni della chimica, ferroviario, tessile. Al 30 ottobre 1976 le unità industriali a Colleferro ammontavano a 138 fabbriche.

    Negli anni 1976-1978 uno studio eseguito da CNR di Roma, analizzando i settori di produzione, bellico, chimico e ferroviario degli stabilimenti BPD, ha rilevato, tra le altre criticità, sversamenti esterni di liquami e rifiuti industriali nei bacini idrici del fiume Sacco e in discariche abusive.

    Dagli anni ‘60 agli anni ‘90 fu vivo il contrasto tra coltivatori e allevatori della Valle del Sacco ele industrie che contaminavano l’ambiente danneggiando l’attività agricola, in quanto si servirono sia per il prelievo dell’acqua che per lo scarico dei rifiuti delle stesse risorse idriche, del fiume Sacco.

    In quegli anni i principali settori del Polo Industriale di Colleferro, bellico, chimico e ferroviario, hanno comportato ripercussioni devastanti sull’intera Valle del Sacco, provocando danni indelebili al settore agricolo e contaminazioni nella catena alimentare e negli esseri umani.

    Il problema dell’inquinamento  della Valle del Sacco viene intuito solo nel 1978. La cultura del rispetto dell’ambiente in Italia è appena nata. Ma non era ancora forte per poter far sentire la voce dell’Ecologia  contro grandi  gruppi industriali  che assicuravano centinaia posti di lavoro.

    Nel 2005è stato istituito il Sito di Interesse Nazionale di Bonifica, Bacino del Fiume Sacco a Valle del Sacco”, che attualmentecoinvolge 19 comuni e 79 aree industriali lungo i 80 km del fiume Sacco, da Colleferro fino alla confluenza con il fiume Liri, dove abitano 207’000 residenti.

    Gli studi eseguiti negli ultimi decenni sull’inquinamento della Valle hanno rilevato tra le 80 sostanze riconducibili alle attività antropiche che hanno interessato il Colleferro e la Valle del fiume Sacco esaclorocicloesano, DDD, DDT, DDE, diossina, PCB, solventi, cromo VI, toluene, cianuro, tensioattivi, tricloroetilene, perclorato di ammonio, nitroguanidina, butadiene etc.

    Si scopre che per la maggior parte l’inquinamento della Valle del fiume Sacco era dovuto alla sostanza beta-esaclorocicloesano (β-HCH), un residuo della produzione del lindano, un insetticida usato in agricoltura fino al 2001, anno in cui è stato messo al bando in Italia e in altri 50 paesi firmatari della Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti.

    Il β-HCH non è biodegradabile, a pH8 e basse temperature l’emivita viene stimata in circa 40 anni. Si accumula nei terreni, nei sedimenti, nell’acqua. Gli scarichi industriali hanno contaminato i fossi, il fiume, le falde superficiali, i pozzi degli abitanti. Attraverso l’acqua il β-HCH era entrato nella frutta, negli ortaggi, nel fieno, nel sangue degli esseri umani.

    Alcuni studi ritengono che l’inquinamento ambientale della Valle del fiume Sacco potrebbe superare quello contestato intorno all’ILVA di Taranto.  

    Secondo lo Studio SENTIERI del 2019 nella Valle del Sacco esiste un eccesso di patologie dell’apparato cardiovascolare, un eccesso di mortalità per tumori del sistema linfoematopoietico, al sistema nervoso centrale, si aggiungono poi le malattie respiratorie. Il rapporto indica che “… la contaminazione umana è persistente”.

    L’associazione Re.Tu.Va.Sa., fondata per la Tutela della Valle del Sacco, sottolinea: “Molti credono ancor oggi che lo sviluppo di Colleferro debba essere molto grato alla produzione bellica… Non pochi, per fortuna, ribattono che non è mai giustificabile scambiare il posto di lavoro con il sangue di altri popoli, tacendo tra l’altro dei problemi ambientali apportati dall’industria bellica al nostro territorio… E’ essenziale continuare a far crescere una memoria storica robusta, critica e consapevole… Intendiamo mantenere viva l’attenzione su queste tematiche e sollecitare nuovi filoni di ricerca, proponendo a studiosi e attivisti di sviscerare i risvolti storici, occupazionali e sociali delle aziende che hanno lasciato segni dolorosi e negativi nel nostro passato e che continuano a rischiare di inquinare eticamente e ambientalmente il nostro futuro”.

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    5.12.2019

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • S.I.N. Laghi di Mantova e Polo Petrolchimico

    Gruccione – Merops apiaster

    SUMMARY

    Contenuto:

    1. Inquinata eredità dell’Industria Petrolchimica

    2. Mantova, Patrimonio UNESCO e Parco Naturale del fiume Mincio

    3. SIN Laghi di Mantova e Polo Petrolchimico 

    4. Inquinamento dei Laghi e del Fiume Mincio dal Polo Petrolchimico

    5. Impatto dell’inquinamento sulla salute della popolazione

    6. Impatto ambientale del Polo Chimico di Mantova

    Nel 2010 Paolo Rabbiti, ingegnere e consulente tecnico di magistrati e pubbliche amministrazioni in un articolo parlava dei pesanti danni ambientali provocati dai Poli Petrolchimici. Dal suo punto di vista, i Petrolchimici sono tutti uguali. Rabitti si è interessato dei Petrolchimici di Marghera, Mantova, Brindisi, Porto Torres e Assemini, dell’ACNA di Cesano Maderno, della Solvay di Ferrara, della Syndial di Pieve Vergonte e della Caffaro di Brescia, evidenziando come le stesse aziende trovano un’area vicino alla fornitura dell’acqua, e fanno avviare la produzione dei prodotti petrolchimici. Per un certo periodo l’impianto chimico produce la ricchezza e l’occupazione. Ma poi lasciano in eredità un pesante inquinamento ambientale e le malattie tra gli operai e la popolazione.

    Nel 2018 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato l’ultimo aggiornamento allo Studio SENTIERI secondo il qualenelle aree ad alto inquinamento intorno a 45 Siti di Interesse Nazionale da Bonificare (SIN) esiste un eccesso di mortalità tra il 4 e il 5 %.

    Quasi tutti i siti inquinati sono ancora in attesa di una bonifica ambientale.

    Secondo l’epidemiologo Pietro Comba, responsabile scientifico dello Studio SENTIERI, quasi sempre nei casi delle malattie intorno ai siti inquinati, esiste una connessione forte alle cause ambientali.

    A destare molta preoccupazione sono i dati sulla salute dei più giovani. Nella fascia di età tra 0 e 24 anni, infatti, la diffusionedei tumori è maggiore del 9 % nei SIN rispetto alle aree non a rischio. L’incidenza è più alta del 66 % per le leucemie mieloidi acute, del 62 % per i sarcomi dei tessuti molli e del 50 % per i linfomi non Hodgkin. Dallo Studio SENTIERI risulta che 10 SIN su 15 analizzati nel periodo 2002-2014/2015 avevano malformazioni alla nascita.

    Mantova, la raffinata città, dal 1300 al 1600 governata da Gonzaga, si adagia sulle rive del fiume Mincio, e si affaccia sul Parco Naturale del Fiume Mincio,  l’area protetta della Lombardia, estesa dal lago di Garda alla confluenza nel fiume Po. Il Parco ospita la Riserva Naturale Castellaro Lagusello, la Riserva Naturale Bosco Fontana, la Riserva Naturale Vallazza (Rete Natura 2000, ZPS e SIC) e la Riserva Naturale Valli del Mincio (Rete Natura 2000, Zona Ramsar, ZPS e SIC). Il notevole valore naturalistico della Riserva è comprovato dalla presenza di 279  specie vegetali, 290 specie di invertebrati, 174 specie di uccelli tra stanziali, migratrici e svernanti, di cui 113 specie hanno nidificato nel Parco.

    Sfruttando l’ideale collocazione costituita dalle anse del fiume Mincio, sulla riva destra del fiume negli anni ’40 è stato costruito un complesso industriale il più grande d’Italia: il Polo Petrolchimico che occupa la superficiedi 3,5 km2. Il Polo Petrolchimico includeva: raffinerie, le ditte che producevano stirolo, fenolo, acetone, idrogenati, cloro, soda, alchifenoli, componenti per industria chimica, le ditte che vendevano i gas tecnici, il carburante, qua si collocavano discariche, inceneritori, centrali termoelettriche etc.

    Nel 2002 il Polo Chimico è stato inserito nel Programma Nazionale di Bonifica come il SIN di Mantova, completamente incluso nel Parco Regionale del Fiume Mincio.

    “… risale al 1973 una prima indagine sui sedimenti dei laghi e di alcuni tratti del fiume Mincio, …, …. vengono trovate elevate concentrazioni di mercurio”, – ha scritto ISPRA in uno dei suoi rapporti nel 2009. Solo quasi 30 anni dopo dai primi studi sull’inquinamento, è stato istituito il sito SIN di bonifica del Polo Chimico.

    Le indagini eseguite da ARPA Mantova, ARPA Lombardia, dall’ISPRA, dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, hanno confermato

    – elevata contaminazione da idrocarburi leggeri e pesanti, composti organici aromatici (BTEX), metalli (mercurio), PCB e diossine/furani nel Sottosuolo;

    – elevata contaminazione da idrocarburi totali, composti organici aromatici (BTEX), stirene e cumene, MTBE ed ETBE, composti organo-alogenati e metalli nella Falda acquifera;

    elevata contaminazione da idrocarburi pesanti, metalli (mercurio) e diossine nei Sedimenti presenti sul fondo dei canali, del fiume Mincio, delle aree umide.

    In base alle ricerche guidate da Paolo Ricci, Direttore dell’Istituto Epidemiologico di Mantova, è stato scoperto che “le concentrazioni di diossine nel sangue della popolazione mantovana aumentano progressivamente a mano a mano che ci si avvicina alla fonte inquinante, il Petrolchimico”.

    L’ARPA e la Commissione Parlamentare nei loro rapporti giungono alla conclusione che la concentrazione elevata dei prodotti chimici costituisce una sorgente primaria che genera in falda un pennacchio di contaminazione diretto verso le aree umide e il fiume Mincio.

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    11.10.2019, Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • Società di consumi è sempre piu’ società di rifiuti

    Contenuto

    1. Overshoot Day

    2. Flussi delle materie e dei rifiuti

    3. Obsolescenza programmata

    4. Economia circolare

    5. Siti SIN e SIR da bonificare in Italia

    6. Studio SENTIERI ed effetti medici delle terre contaminate sulla salute

    7. Discariche. Terra di Campania. Brescia – “Terra dei Fuochi” del Nord

    SUMMARY

    Il 15.05.2019 è l’Overshoot Day in Italia. Questa data simbolica significa che per la metà di maggio abbiamo già sfruttato tutta la capacità che gli ecosistemi italiani hanno di rinnovarsi durante l’anno in corso e iniziamo adesso ad erodere il nostro capitale naturale e/o a consumare quello di altri stati: il sovranismo con la natura degli altri.

    In poco meno di 50 anni l’Overshoot Day in Europa è passato dal 29 dicembre nel 1970 al cadere il 1° agosto del 2018.

    Oggi sarebbero necessarie mediamente nel mondo 1,7 Terre per sostenere la domanda di risorse naturali (1,5 nel 2014!). Per Emirati Arabi sarebbero necessarie 12,3 Terre (dati del 2014), per la Corea del Sud – 8,5 Terre, per il Giappone – 7,8, l’Italia – 4,6 (4,4 nel 2014, 4 nel 2013), Svizzera – 4,5, UK – 4, Cina – 3,8, Spagna – 2,9, Germania – 2,8, India – 2,5, USA – 2,3, Francia – 1,7.

    I consumi delle materie e i flussi dei rifiuti cominciano da ogni singolo cittadino, quando noi compriamo e poi quando buttiamo qualcosa come rifiuto. Un cittadino africano consuma, in media, 10 kg al giorno di risorse, per un europeo le risorse arrivano a 45 kg e per un americano a 90 kg.  1 persona produce al giorno dei rifiuti: USA – 2,6 kg, Europa – 1,4 kg, Italia – 1,5 kg. 

    1 ettaro di terreno può produrre riso o patate per 19 – 22 persone all’anno. 1 ettaro di terreno produrrà agnello o manzo solo per 1-2 persone. Per il manzo si utilizza circa 50 volte più acqua che per le verdure. Ci vogliono 3 calorie per la produzione delle colture vegetali e 35 calorie per la produzione di carne bovina. 

    In Italia ogni anno vengono riciclati: 9’700 t di alluminio che equivale alla quantità necessaria per produrre 74’500 auto,  790’000 t di legno sufficienti per scaldare per 1 anno 183’720 case, 3’062’700 t di carta che equivale a 7’700’000 pini.

    Anche i prodotti riciclati producono i rifiuti: 1 kg di acciaio riciclato produce circa 0,30 kg di rifiuti, 1 kg di carta0,5 kg di pulper e fanghi.

    Un rapporto del 2009 evidenziava che in una tonnellata di telefonini non più utilizzati c’era 65 più volte oro che in 5 grammi che si estraggono da una tonnellata di minerale.

    Il problema dei rifiuti rappresenta oggi un problema gigante e, soprattutto, dei rifiuti basati sulla rinascita della materia, cioè, l’economia circolare.

    Nel 2012 l’Italia dei 560’433’000 t di materie utilizzate per la produzione dei prodotti, ha generato il 29 % di rifiuti, 162’764’632 t. Poco sappiamo del destino dei circa 130 milioni di tonnellate di materiali che fuoriescono da aziende e altri settori produttivi, così, più dell’80% dei rifiuti rimane nel cono d’ombra, secondo i dati dellaConferenza Nazionale sui Rifiuti del 2013.

    Un’enorme massa di materiali nella quale è “contenuta non solo una potenziale bomba ambientale ma anche una vera e propria miniera di materie riutilizzabili.

    “Ancora oggi, – osserva Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, – non è molto chiara la contabilità del ciclo, non è certo dove vanno a finire i rifiuti di alcune filiere e questo è un serio problema per il Paese”.

    Ci vogliono 244 kg di combustibili fossili, 21,8 kg di prodotti chimici e di 1,5 tonnellate di acqua per produrre un computer e il suo monitor, che dovrebbe durare almeno 20 anni.

    Succede l’opposto: a causa del fenomeno deleterio, l’obsolescenza programmata, i computers, come telefoni cellulari, iPod e così via producono una quantità dei rifiuti elettronici nel mondo, che continui a salire in modo esponenziale, ad oltre 50 milioni di tonnellate di e-waste, ogni anno.

    Obsolescenza programmata ed economia circolare: sono due modi opposti d’intendere il nostro modo di rapportarci alle merci e al loro consumo.

    Negli ultimi 10 anni i prezzi delle materie prime sono quasi triplicati. Questo è un forte segnale di esaurimento delle risorse.

    Il consumo lineare sta raggiungendo i suoi limiti, l’economia circolare potrebbe essere la fine dell’obsolescenza programmata e il passaggio al recupero, al riutilizzo e al riuso delle risorse.

    Le imprese industriali spesso sono responsabili dell’inquinamento delle terre dove operano. Le diossine, gli idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, solventi organo clorurati, policlorobifenili ed altri inquinanti si accumulano nei terreni, dove hanno svolto l’attività grossi stabilimenti chimici, petrolchimici, metallurgici, raffinerie, come CAFFARO, ACNA, ENI, API, Q8, ESSO, LUKOIL, ILVA, ex IMESA, MITENI, es SISAS, ex MONTEDISON, ETERNIT, ex Liquichimica, STOPPANI, FIBRONIT, SULCIS, ex ECOLIBRANA, ex SITOCO etc.

    In Italia ci sono circa 18.000 i siti contaminati, con soli in media 22,3% bonificati, come a dire che, in media, ognuno degli 8.092 comuni italiani ha, sul proprio territorio, almeno due siti da bonificare.

    Al 07.05.2019 in Italia ci sono 41 SIN, Siti di Interesse Nazionale, e 17 siti SIR, Siti di Interesse Regionale, da bonificare. L’inquinamento delle terre ha le conseguenze gravi sulla salute della popolazione di questi territori.

    L’uso eccessivo delle materie prime comporta sempre di più la produzione di rifiuti e loro smaltimento nelle discariche o l’incenerimento.

    L’emergenza rifiuti italiana è un’idra dalle molte teste.

    L’Italia ha un gran bisogno di politiche e impianti per il riuso e il riciclaggio.

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    31.05.2019, Dr.Tatiana Mikhaevitch

    Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • Pesticidi. Un futuro TOXIC FREE

     Content

    Versione intera

    1.PESTICIDI

    Vendita dei pesticidi

    2.IMPATTO SULL’AMBIENTE, FAUNA E FLORA

    Contaminazione dei suoli

      Perdita di biodiversità

    3.GLIFOSATO, aggiornamento

    4.NEONICOTINOIDI, aggiornamento

    Api, bombi e farfalle

    5.PESTICIDI E SALUTE

    Impatto sulla salute dei feti e bambini

      Difetti dalla nascita

      Rischio di leucemia dei bambini, aborto spontaneo

      Pesticidi e cancro degli adulti, malattie neurodegenerative

      Sistema immunitario, sistema ormonale, diabete

    6.PESTICIDI NELLE ACQUE

    Inquinamento dei bacini idrici in Italia (il rapporto ISPRA 2017)

      Contaminazione delle acque sotterranee

      Miscele delle sostanze (“cocktail di pesticidi”)

    7.PESTICIDI NEL FIUME PO

    8.PESTICIDI NEL CIBO

    Il rapporto EFSA-2015

      Studio Greenpeace sulle mele

      Problema di multiresidui, “cocktail di pesticidi”, entro MRL

      Pesticidi e prodotti alimentari

      SINAB, Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica

    Bibliografia 

     

    1.PESTICIDI

    Siamo nel 2017.

    Tempo di Internet.

    Tempo di Wi-Fi e cellulari potenti.

    Tempo di informazione impacchettata in Giga, Mega, Terabite.

    Ma senza che nessuno se ne accorgesse sulla Terra, è cominciata anche un’altra era: era dei PESTICIDI.

    Distruttori delle erbe malvage, insetti, funghi, topi, oggi sono utilizzati in tutto il mondo e sono diventati gli strumenti chimici più importanti dell’industria agricola. 

    Ma proviamo a girare la medaglia data ai pesticidi dall’industria agricola e vediamo cosa sta dall’altra parte:

    distruzione di biodiversità di flora e di fauna, accumulo dei pesticidi nei sistemi ecologici e nella catena alimentare, residui dei pesticidi nei prodotti alimentari, cancerogenicità, teratogenicità di tanti pesticidi… 

    Facciamoci una domanda:

    vale la pena inquinare suolo, aria, acqua, piante selvatiche e coltivate, animali con i pesticidi per averli poi nel nostro piatto quotidiano, 

                                                                     SEMPRE ENTRO LIMITI DI LEGGE,

    dimenticando dell’effetto dell’accumulo di pesticidi, minimizzando l’effetto di pesticidi nell’insorgere il cancro, le disfunzioni dell’organismo e tante altre malattie negli adulti, bambini e feti ?

     QUESTA E’ L’AMARA FORMULA DEL CONCETTO

    “NUTRIRE IL PIANETA. CIBO PER TUTTI”,

    spesso camuffata come “l’uso sostenibile” dei prodotti cancerogeni.

    “E’ stato un errore enorme … promuovere e rilasciare prodotti senza studi indipendenti a lungo termine. Ciò che stiamo ora riscontrando con il glifosato è simile a quello che abbiamo affrontato nel 20° secolo con PCB, DDT e Agent Orange”, – ha dichiarato il direttore di Sustainable Pulse Henry Rowlands, una società che raccoglie un gruppo di scienziati, su uno dei più utilizzati e più discutibili attuali pesticidi, il glifosato, lanciato da Monsanto nel 1974…

    Nel mondo ci sono circa 150’000 sostanze tossiche di sintesi commercializzate.

    Attualmente circa 500 pesticidi sono autorizzati per l’uso in Unione Europea.

    Secondo la IARC (International  Agency for Research on Cancer), nel 1991 risultavano registrati a livello mondiale 1’500 pesticidi.

    Nel 2009 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha elencato circa 550 molecole attive in uso e circa 150 obsolete.

    Ogni anno si rilasciano nell’ambiente planetario circa 2,5 milioni di tonnellatedi pesticidi  di sintesi, in prevalenza per usi agricoli di cui il 40 % sono erbicidi.

    Secondo dati UE nel 2006 in Italia sono state consumate 81’450 t di pesticidi, 71’612 t in Francia,

    31’819 t in Germania, 21’151 t nel Regno Unito.

    Ogni ora 269 tonnellate di pesticidi vengono disseminate sul Pianeta.

    Secondo i dati di Legambiente del 2017, in Europa-28  le vendite di pesticidi ammontano a

    400’000 tonnellate: Spagna -19,9%, Francia -19%, Italia – 16,2%.

    Secondo dati ISTAT, l’ITALIA ha consumato nel 2014 130’000 tonnellate di pesticidi. 

    Dal dossier di Legambiente del 2017 Stop pesticidi  emerge che tra verdura, frutta e prodotti trasformati, la contaminazione da 1 o più residui di pesticidi riguarda il 36.4 % dei prodotti analizzati.

    Il glifosato (N-phosphonomethylglycine) è il pesticida più utilizzato al mondo essendo presente in 750 formulati.  

    Solo in USA dal 1992 al 2012 l’uso di glifosato è aumentato di 140 volte. Oggi è un pesticida più collegato alle coltivazioni OGM.

    Nel 2014  la produzione mondiale di glifosato ha superato le 800’000 tons.

    Il 45% dei terreni agricoli europei contiene glifosato e il suo metabolitaAMPA.

    Secondo il rapporto ISPRA-2015, il glifosato è stato trovato nel 47 % delle falde acquifere italiane analizzate.

    Nelle acque superficiali  nel 63.9 % dei campioni analizzati sono stati trovati pesticidi.

    (rapporto ISPRA, 2017).

    Nelle acque sotterranee nel 31.7 % dei campioni analizzati sono stati trovati pesticidi.

    (rapporto ISPRA, 2017). 

    Uno studio del 2013 ha dimostrato che il44% dei campioni di urina prelevati da 180 persone in 18 paesi europei conteneva glifosato.

    Presidente AIAB (Associazione italiana per agricoltura biologica) Vizioli avverte: “In Italia le rilevazioni sui quantitativi di pesticidi contenuti negli alimenti e nelle acque vengono condotte in pochissime regioni e questa situazione è inaccettabile”.  

    Il destino ambientale dei bacini delle acque superficiali e delle acque sotterranee, dove si trovano in quantità pericolose per la salute i pesticidi già vietati da anni, deve mettere in allarme prevedibile sull’uso massiccio di queste sostanze. 

    Durante la procedura di autorizzazione delle sostanze è necessario considerare la valutazione dei pericoli in base al monitoring ambientale. 

    Il 27.3 % degli 80’967 campioni provenienti da 40 paesi conteneva multiresidui di pesticidi, “cocktail di pesticidi”. (rapporto EFSA, 2015).

    Il 38.8 % dei 9’608 campioni di ortofrutta conteneva multiresidui di pesticidi, “cocktail di pesticidi”. (rapporto di Legambiente, 2017).

    Il 42.8 % degli 80’967 campioni risultavano avere concentrazioni di pesticidi entro MRL (maximum residual level). (rapporto EFSA, 2015). 

    Fino ad oggi non c’è una regolamentazione  a livello europeo sull’impiego di più multiresidui di pesticidi, “cocktail di pesticidi” in agri­coltura.

    E’ necessario valutare gli effetti cumulativi e sinergici  di multiresidui di pesticidi, “cocktail di pesticidi”, negli alimenti e nell’ambiente.

    Anche se a piccole dosi diverse sostanze di pesticidi risultano sotto i limiti stabiliti dal­la legge (MRL), la loro azione sinergica  in un organismo può avere un effetto cancerogeno.

    E’ necessario rivedere i limiti MRL di pesticidi in riduzione ai fini di precauzione.

    Leggere tutto l’articolo, versione completa, aggiornata:

    19.12.2017_PESTICIDI_IT_completo_aggiornato111 pp

    Dr.Tatiana Mikhaevitch

    Ph.D. in Ecology

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  • STOP fluorocarburi in ACQUA

        

    L’inquinamento da PFAS nelle province tra Vicenza, Verona e Padova, regione Veneto.

    Colore giallo – plume provvisorio di inquinamento da PFAS

    Contenuto:

    1.L’acqua pulita è il diritto umano

    2.L’inquinamento industriale da perfluorurati

    3.I PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche

    4.Il caso dell’industria chimica DUPONT, OHIO, USA, 2004

    5.Il caso di inquinamento da PFAS in Germania, 2006

    6.Limiti stabiliti per PFAS nei vari paesi

    7.Effetti tossicologici di PFAS sull’uomo

    8.Effetti tossicologici di PFAS sugli animali

    9.Contaminazione dei prodotti alimentari

    10.La società MITENI SPA, l’unica fabbrica che produce PFAS in Italia

    11.Il monitoraggio dei lavoratori di MITENI SPA

    12.L’inquinamento da PFAS nelle province tra Vicenza, Verona e Padova,regione Veneto  

         12.1. Denuncia dell’Arpa Veneto alla Procura della Repubblica in Vicenza 

         12.2.   Contaminazione dell’acqua potabile

         12.3.  Chi bonificherà le falde inquinate da PFAS in Veneto?

                 Implicati nel disastro ambientale 79 comuni. 350’000 persone

    13.FARE AFFARI, COMPROMETTENDO LA VITA DEGLI ALTRI

    14.Dichiarazione di Bonn sulla sicurezza globale dell’acqua

    Bibliografia

    1.L’acqua pulita è il diritto umano

    Nell’organismo umano l’acqua costituisce il65%del peso corporeo, diminuendo gradualmente all’avanzare dell’età e a seconda del sesso.

    LaTerra è ricoperta da1’390 milioni di km3 di acqua,di cui il 97.5% è acqua salata presente nei mari e negli  oceani e solo il 2,5% è acqua dolce, la gran parte sotto forma di ghiaccio nelle calotte polari.

    Gli esseri umani hanno a disposizione solo93’000 km3, pari a circa lo0,5%del totale.

    Circa il70% dell’acqua dolceè sotto forma dighiaccio.

    La maggior parte dell’acqua dolce restante giace nelsottosuolo,oppure esiste sotto forma diumidità nel suolo.

    Solo l’1% dell’acqua dolce resta disponibile.

     A livello mondiale il70% dell’acquaè usata peragricoltura e allevamento,

     il22% è usata per produrremateria e oggetti,il restante8%è riservato all’uso domestico.

    Il 97% dell’acqua dolce in Italia è nelle falde acquifere.

    Nel2004 l’UNDP, il Programma delle Nazioni Uniteper lo sviluppo, con il rapporto“Water as a Human Right?” per la prima volta si poneva la questione dell’accesso all’acqua come diritto:

    “Riconoscere formalmente l’acqua come diritto umano, ed esprimere la volontà di dare un significato e una concretezza a questo diritto, potrebbe essere una via per incoraggiare la comunità internazionale … per soddisfare i bisogni umani fondamentali e per completare gli Obiettivi del Millennio”.

    Nel2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Uniteha approvato unaRisoluzione 64/292che garantisce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari tra i diritti umani fondamentali.

    LaRisoluzione sancisce che“l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari sono un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani”.

    Con l’aumento dei consumi idrici e della popolazione,la disponibilità pro capite a livello globale è passata da 9’000 m3 d’acqua potabilenegli anni Novanta a7’800 m3 nel XXI secolo.

    Tra il 1960 e il 1990 l’uso mondiale dell’acqua è triplicato.

    Il fabbisogno minimo biologico pro-capite per la sopravvivenza umana è di5 litri d’acqua nelle 24 ore.

    Le Nazioni Unite hanno fissato in 40 litri il diritto minimo all’acqua.

    Senza cibo si può vivere un mese.

    Senz’acqua non si supera una settimana.

    Un cittadinoUSAconsuma 425 litri di acqua al giorno,in Italia il consumo medio pro capite è di215 litri, in Francia – 150 litri, in Madagascar10 litri a giorno, in Africa –10litri.

    Secondo l’OCSE, l’aumento della domanda mondiale di acque al 2050 sarà + 55 %.

    Attualmente1 abitante della Terra su 5 non ha acqua potabile a sufficienza: si tratta di 1,2 miliardi di persone.

    In 29 Paesi il 65% della popolazione è al di sotto del fabbisogno idrico vitale.

    Oltre 1 miliardo di persone beve acqua “non sicura”.

    3,4 milioni di persone ogni anno (5 mila bambini al giorno) muoiono a causa dimalattie trasmesse dall’acqua.

    Il90% dell’acqua che consumiamo è incorporata nel cibo che mangiamo,

    poiché la coltivazione e l’allevamento ne richiedono grandi quantità.

    Laproduzione agricola è responsabile del 92% dei consumi globali,  

    quella industriale del4,4%,quella domestica del3,6%.

    Tra i prodotti alimentari destinati al consumo che richiedono più acqua,

    si trovanoi cereali (27%) seguiti dalla carne (22%) e dai latticini (7%).

    10litri di acqua servono per 1 litro di benzina

    30litri di acqua servono per un litro dibirra

    70 litri di acqua servono per la produzione di1 mela

    100litri di acqua servono per 1 kg dicarta nuova

    2 litri di acqua servono per un 1 kg dicarta riciclata

    780 litri di acqua servono per un pacco di pasta da 0,5 kg

    1’000litri di acqua per1 kg diagrumi

    1’000litri di acqua per kg dipollo

    1’150 litri di acqua per1 pizza

    1’500litri di acqua servono per produrre1 kg difarina

    2’500 litri di acqua servono per una fetta di formaggio

    4’500litri di acqua servono per produrre 1 kg diriso

    10’000 litri di acqua servono per produrre 1 kg diprincipio attivo

    11’000 litri di acqua servono per 1 kg di cotone tessile

    15’000litri di acqua per 1 kg di carne dimanzo

    100’000litri di acqua servono per produrre 1 kg dialluminio.

    1’800’000litri di acqua al minuto o 30’000 litri al secondo (30 m3) servono per una

    centrale nucleare di 1’000 MW.

    Leggere tutto l’articolo: 01.10.17_STOP PFAS in acqua_44 pp_IT_aggiornamento

    Dr.Tatiana Mikhaevitch

    Ph.D. in Ecology

    Academy of Sciences of Belarus

    Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.)

    Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.)

    Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.)

    info@plumatella.it

    tatianamikhaevitch@gmail.com


  • Seveso, 10.07.1976, 41 anni dopo…

    Posted on by admin

    Tratta B2 dell’autostrada Pedemontana

    Contenuto:

    1.L’autostrada della Diossina

    2.ICMESA, fabbrica farmaceutica di diserbanti bellici

    3.Pista militare

    4.Danno al territorio

    5.Effetti della Diossina sulla materia organica

    6.Carotaggi ed analisi della Diossina

    7.Il ritorno della Diossina   

    Bibliografia

     

    1.L’autostrada della Diossina

    L’uomonon può mai essere così arrogante e presuntuoso da non pensare ai potenziali rischi di industrie chimiche, da non pensare alla pericolosità dell’azione dell’uomo sull’ambiente. 

    Secondo Pierfelice Zazzera, deputato pugliese del partito politico Italia dei Valori (Idv),Il nostro Paese non si è ancora adeguato a quanto previsto dalProtocollo di Aarhus(varato nel 1998, entrato in vigore nel 2003 e ratificato dall’Italia nel 2006) che imponelimiti alle emissioni in atmosfera di inquinanti organici persistenti, come la diossina.

    Ancora oggi gli stabilimenti attivi sul nostro territorio possono immettere nell’atmosfera alti quantitativi di sostanze cancerogene come ladiossinapur rimanendo di fatto nella legalità, perchéil limite di emissione nel nostro Paese non esiste.

    È quanto accaduto in questi anni aTaranto,città più inquinata d’Europa, dove a causa dell’attività degli stabilimenti industriali la diossina è presente ovunque,persinonegli alimenti. C’è voluta una legge regionale per imporre, però solo all’ILVA, illimite di 0,4 ng/m3perl’emissione di diossina in atmosfera, mentre sul territorio nazionale altre aziende continuano ad inquinare l’ambiente e a devastare la salute dei cittadini”.  

    Autostrada Pedemontana Lombarda Spa, la A36, controllata all’80% da Milano Serravalle Spa e al 20% da Intesa San Paolo e Ubi Banca, dovrebbe collegare Varese a Bergamo e gli aeroporti di Malpensa (Milano) e Orio al Serio (Bergamo), a costo – 5 miliardi di euro.
      Autostrada Pedemontana Lombarda dovrebbe essere composta da tratta A (Cassano Magnano – Gorla Maggiore-Cascina Restelli) + tratta B1 (Cascina Restelli-Lentate sul Seveso) + tratta B2 (Lentate sul Seveso-Barlassina-Seveso-BovisioMasciago) + tratta C (Bovisio Masciago-Desio-Lesmo-Arcore-Vimercate) + tratta D (Vimercate-Mezzago-Capriate San Gervasio-Brembate).

    La A36 è stata realizzata nelle tratte A e B1: parte da Cassano Magnano in provincia di Varese e si ferma prima di Lentate sul Seveso (provincia di Monza e Brianza). 87 km totali dell’autostrada A36, di cui 14,3 km già aperti alla viabilità. Con le tratte B2, C e D da Lentate l’autostrada supererebbe il fiume Adda e arriverebbe fino a Osio Sotto passando per Cesano Maderno, Desio, Macherio e Arcore.

    Con la costruzione della tratta B1 é stato tagliato in 4 parti, da un enorme svincolo, il Bosco della Moronera di 70 ettari compreso tra i comuni di Turate, Rovellasca e Lomazzo, uno degli ultimi polmoni verdi della pianura urbanizzata, parte del sistema naturale di corridoi ecologici, dove ancora poco tempo fa, secondo un censimento effettuato da guardie ecologiche, si trovavano poiane, gheppi, falchi pellegrini, picchi, fagiani, volpi e lepri.

    La stessa sorte ha avuto un altro polmone verde con la costruzione dell’autostrada Pedemontana: il Bosco di Battù vicino a Lazzate.

    Dopo la costruzione di tutto il tratto dell’autostrada verrà consumato circa 1 milione di m2 di suolo, 150 campi da calcio, più i danni alla biodiversità di flora e fauna.

    La tratta B2  interessa i Comuni di Meda, Barlassina, Cesano Maderno, Seveso e Desio, – territori danneggiati dall’incidente avvenuto il 10 luglio 1976 a causa dell’esplosione della fabbrica ICMESA che ha sparso la diossina in questa area. Nel tratto B2 la Pedemontana dovrebbe sovrapporsi all’attuale superstrada Milano-Meda.

    E’ previsto un allargamento della strada da 4 a 6 corsie, la costruzione di svincoli e aree di sosta, la carreggiata sarà allargata fino a 10 metri in più nelle zone dove la diossina è sepolta da 40 anni.

    Sollevandola dal suolo, la diossina torna a costituire una minaccia tossica per la zona circostante.

    Leggere tutto l’articolo: 10.07.2017_Seveso 41 anni dopo

    09.07.2017

    Dr.Tatiana Mikhaevitch

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