• S.I.R. (Sito di Interesse Regionale) di Venezia – Porto Marghera

    Centro storico della città di Venezia (a destra) e la Zona Industriale Porto Marghera (a sinistra), fonte: google
     

    Contenuto:

    1. Storia della fondazione del Polo Petrolchimico a Porto Marghera

    2. Rete Ecologica Europea NATURA 2000 della Laguna di Venezia

    3. Sito di Interesse Regionale (S.I.R.) di Venezia – Porto Marghera

    4. Inquinamento del POLO PETROLCHIMICO a Porto Marghera

    4.1.PETROLCHIMICO. CRONACHE dell’AVVELENAMENTO

    4.2.INQUINAMENTO NEL PETROLCHIMICO A PORTO MARGHERA

    4.3.INQUINAMENTO causato da alcune SOCIETÀ nel PETROLCHIMICO

    5. IMPRONTA DI MARGHERA”,“IMPRONTA DI VENEZIA

    5.1.Stato Ecologico e Chimico dei corpi idrici della Laguna di Venezia

    5.2. Dinamica di distribuzione dei metalli, diossine e furani nella Laguna

    5.3. Carichi inquinanti immessi nella Laguna da IDROVORE

    6. EFFETTO DELLA CVM SULLA SALUTE UMANA

    7. CONTAMINAZIONE DELLA FAUNA E DEI PRODOTTI ALIMENTARI

    8. DISCARICHE A PORTO MARGHERA

    9. “PROVE DI BONIFICA”

    10. Salute pubblica. STUDIO S.E.N.T.I.E.R.I.

    11. Processi legali

    SUMMARY

    Il Polo Petrolchimico a Porto Marghera nasce nel 1917 e ha 105 anni.

    La città di Venezia nasce nel 421 e ha 1’600 anni.

    Il Centro Storico della città di Venezia dista dal Petrolchimico soli 5 km.

    Porto Marghera è l’antitesi della città antica di Venezia.

    A causa della vicinanza del Polo Petrolchimico a Venezia, l’inquinamento prodotto dalla Zona Industriale ha un forte impatto sulla città antica: è “IMPATTO DI MARGHERA“.

    A 105 anni dalla sua nascita, il Polo Petrolchimico a Porto Marghera ancora oggi testimonia come l’industria chimica cresciuta ha divorato esseri umani e risorse comuni – aria, terra, acqua, biota e mare.

    Venezia fu tra le città più raffinate d’Europa e anche oggi incanta la sua architettura, gli antichi teatri, le biblioteche, è sede della Mostra Internazionale del Cinema, dell’Arte, di Architettura. Enorme il suo Patrimonio artistico e culturale. Nel 1987 il Sito Venezia e la sua Laguna è stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

    La Laguna di Venezia è una delle Zone Umide di conservazione degli Uccelli più estese d’Europa e dell’intero bacino Mediterraneo. Immenso il suo Patrimonio paesaggistico e naturale, habitat di numerose specie di fauna e flora. S.I.C. (Sito di Interesse Comunitario), Z.P.S. (Zona a Protezione Speciale) e I.B.A. (Important Bird Areas) della Laguna di Venezia si integrano nella RETE NATURA 2000, la principale strategia dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità.

    Il 95 % della Laguna è tutelato dalla Direttiva Uccelli.

    In base al censimento dell’avifauna svolto dalla provincia di Venezia e dall’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, che ha evidenziato la notevole importanza della Laguna di Venezia come area di svernamento e nidificazione per numerose specie di uccelli acquatici nelle Zone Umide, sono state identificate almeno 120’000 esemplari di uccelli a gennaio 1995, 122’000 a gennaio 1996, 99’000 a gennaio 1997.

    Le numerose analisi hanno confermato che a causa delle emissioni incontrollate dalla Zona Industriale di Petrolchimico a Porto Marghera nei suoli e nelle falde acquifere sono presenti metalli pesanti (arsenico, cromo, mercurio, nichel), idrocarburi policiclici aromatici (IPA), composti organo clorurati, nelle concentrazioni anche centinaia di volte superiori ai limiti di legge, tanto che nel 1998 il Sito di Interesse Regionale di Venezia – Porto Marghera (S.I.R.) è stato incluso nell’elenco dei siti di bonifica.Nel 2013 il sito S.I.N. è stato declassificato in S.I.R. (Sito di Competenza Regionale), e ridimensionato da 5’771 ha a 1’621 ha, perdendo così 4’150 ha.

    Nel corso di 105 anni le maggiori società chimiche che hanno inquinato la Zona Industriale e la Laguna di Venezia sono state MONTECATINI, MONTEDISON, MONTEFIBRE, ECOMED, ENICHEM, ENIMONT, AUSIDET, AGRIMONT, SAVA, ALLUMETAL, AMMI, VENICE NEWPORT CONTAINER & LOGISTICS S.p.A., CPM CHIMICA PORTO MARGHERA S.r.l., EDISON S.p.a., SISTEMA INTEGRATO MARGHERA AMBIENTE S.r.l., MEDIO PIAVE MARGHERA S.p.A., SAN MARCO PETROLI, MAGAZZINI GENERALI DI VENEZIA S.r.l., SYNDIAL, CONSORZIO TECNOLOGICO VENEZIANO, VERITAS S.p.A., ALLES S.r.l., FASSA S.p.a., COLACEM, ALCOA SERVIZI S.r.l., ENEL S.p.a., SOLVAY SPECIALTY POLYMERS ITALY S.p.a. etc.Attualmente nella Z.I. del Petrolchimico operano circa 1’000 aziende.

    L’inquinamento da sostanze chimiche dellaZona Industriale, chesi trova di fronte al Centro Storico di Venezia a soli 5 km di distanza, forma IMPRONTA MARGHERAche ha una forte influenza sulla città antica e su tutta la Laguna di Venezia:IMPRONTA VENEZIA”.

    Attualmente nella Laguna di Venezia ci sono circa 111 società di concessione per la venericoltura di vongole veraci su una superficie di circa 3’500 ha. I dati confermano che la concentrazione di diossina e PCB diossina simili nelle vongole della Laguna è direttamente proporzionale alla concentrazione riscontrata nei sedimenti: più delle sostanze chimiche contengono i sedimenti, più le accumulano le vongole. Allontanandosi dai Canali della Zona Industriale diminuisce anche l’inquinamento.

    Nel corso di 105 anni di funzionamento del Petrolchimico di Marghera i colossi della chimica hanno scaricato in terra e in mare una enorme quantità di sostanze chimiche, stimata in 5’000’000 m3, e hanno riempito 35 discariche, contaminando gravemente i suoli e le acque di falda, determinando un grave inquinamento dei sedimenti dei Canali Industriali e della Laguna di Venezia, danneggiando gravemente la catena alimentare e la salute pubblica.

    Nel 2006 il Tribunale di II do grado ha confermato la condanna di soli 5 vertici della chimica dei 28 inizialmente accusati, riconoscendo le responsabilità dei dirigenti della MONTEDISON.

    I numeri del Maxi Processo MONTEDISON”:

    10 anni di tribunali, 120 udienze, centinaia di testimonianze, deposizioni di c.a. 100 periti, fascicoli processuali di 1 milione e 500 mila pagine.

    La sentenza “MONTEDISON” del 2006 ha ribadito che il disastro ambientale a Porto Marghera è stato il risultato di una politica aziendale che sfruttava i lavoratori e disprezzava l’ambiente. Nessuno della dirigenza del Petrolchimico e degli enti di controllo si sono allarmati dell’inquinamento che stava producendo la Zona Industriale a Marghera, malgrado la Provincia di Venezia già nel 1962 conosceva bene i rischi degli “impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose.” Si è allarmato nel 1994 Gabriele Bortolozzo, semplice operaio del Petrolchimico, quando ha visto morire i suoi colleghi a causa delle inalazioni delle sostanze chimiche, perché ha capito che

    PRIMA VIENE LA SALUTE e poi IL LAVORO.

    I veleni sono ancora lì, sepolti nelle viscere profonde della Zona Industriale del Petrolchimico. L’Epopea eroica iniziata 105 anni fa come sviluppo industriale, è stata conclusa con il dramma del disastro ambientale, con la minaccia alla salute e all’ambiente, con una ciclopica opera di bonifica che non ha precedenti in Italia, con costi e tempi di difficile quantificazione.

    È un “lascito” alle future generazioni sotto forma di inquinamento della Laguna di Venezia, delle zone naturalistiche S.I.C./Z.P.S./I.B.A. che fanno parte della RETE NATURA 2000, dell’antica città di Venezia, Patrimonio dell’UMANITA’.

    Leggere tutto l’articolo:

    16.04.2022

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • “Affare” PETROLIO. Punta dell’Iceberg. Basilicata. PARTE 5

    Carta dei giacimenti petroliferi nel Parco Nazionale Appennino Val d’Agri Lagonegrese, Basilicata.
    Fonte: ENI e la Regione Basilicata

    Contenuto:

    1. Distruzione degli ecosistemi naturali

    2. Basilicata, il più grande serbatoio nazionale dell’acqua

        2.1. SORGENTI

    3. Concessioni petrolifere in Basilicata

        3.1. Fasi di lavorazione e sostanze chimiche

    4. Centro Olio Val d’Agri, C.O.V.A.

    5. Parchi della Regione Basilicata e conflitto con Pozzi

    6. FRACKING. MORIA DEI PESCI. CONSUMO DELL’ACQUA. SCARTI  

        PETROLIFERI. SORGENTI RADIOATTIVE

    7. Terremoti indotti, deformazioni e rotture dei Pozzi.

        Pozzi di re-iniezioni

    8. Smaltimento dei fanghi di perforazione

    9. Lago Pertusillo

    10. Analisi chimiche

    11.Contaminazione degli alimenti

    12. Pozzi petroliferi PERGOLA 1, TEMPA ROSSA, MONTEGROSSO

    13. IMPATTO DELLE TRIVELLE IN VAL D’AGRI SULLA SALUTE UMANA, FAUNA

          E FLORA

    14. Casi legali in Basilicata

    15. Posizione ENI, Transizione ecologica, LOBBY del PETROLIO

    Abbreviazioni……………………………………………………………………………..154

    Bibliografia………………………………………………………………………………..155

    SUMMARY

    La Regione Basilicata è uno dei più importanti serbatoi di acque sotterranee e superficiali destinate al consumo umano della Nazione.

    La Regione Basilicata è anche il più ricco giacimento di idrocarburi d’Italia.

    Nel 2012 la Commissione Parlamentare ha evidenziato nella Regione Basilicata “… 890 siti inquinati censiti, la metà dei quali connessi alle attività di prospezione petrolifera”.

    Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse (UNMIG), in 93 anni, dal 1921 al 31 dicembre 2014 in Basilicata sono stati perforati 484 Pozzi.

    Acqua e idrocarburi. La convivenza di queste 2 sostanze è incompatibile.

    L’attività petrolifera compromette la qualità delle acque.

    La Regione Basilicata ha un reticolo idrografico ricchissimo: 8 fiumi principali, solo nella Val d’Agri  ci sono 23 strutture idrogeologiche, 650 Sorgenti e 2 invasi d’acqua.

    Nella Regione Basilicata manca il Piano di Tutela delle Acque previsto dal Codice dell’Ambiente che permette alle compagnie petrolifere di fare altre richieste per trivellare nelle zone ricche delle preziose risorse sorgive e anche nei Parchi.

    Nel 2019 l’incidenza delle attività estrattive riguardava il 35 % del territorio della Regione Basilicata. In caso di accoglimento delle numerose istanze di permesso, l’incidenza passerebbe al 65 % del territorio! Nella Val d’Agri circa il 60 % delle aziende agricole lucane hanno chiuso la loro attività, in quanto i prodotti coltivati erano inquinati da idrocarburi e metalli pesanti (fragole, uva, olivi, peperoni, miele, latte, vino….)

    ENI è diventata il più grande proprietario terriero della Val d’Agri.

    Praticamente, tutta la Regione Basilicata è “coperta” dalle trivellazioni, ricerche, permessi di ricerca di idrocarburi sia in orizzontale che in profondità, considerando che le trivellazioni arrivano a forare la terra fino a 3-4-5-6-7 km.

    Durante la fase di perforazione dei Pozzi, per facilitare la penetrazione delle trivelle nel sottosuolo, vengono usate da 250 a 1’300 sostanze chimiche, secondo fonti diverse, dannose all’ambiente e all’uomo.

    La loro composizione chimica è coperta da segreto industriale.

    Si tratta di fluidi iniettati che accompagnano l’intera vita del Pozzo, che inquinano per anni o decenni il sottosuolo, il suolo, le falde acquifere, producendo ogni giorno diverse tonnellate di fanghi di lavorazione, che devono essere smaltite.

    I Pozzi di estrazione idrocarburi attivi in Basilicata sono 126 di cui 43 in provincia di Potenza e 83 in provincia di Matera.

    In Val d’Agri ci sono 40 Pozzi per l’estrazione di petrolio, di cui 26 in produzione, e 1 Pozzo di Costa Molina 2 a Montemurro è destinato a re-iniezione fluidi (rifiuti di produzione petrolifera).

    Nel comune di Viggiano dove si trova il Centro Oli C.O.V.A. ricadono 20 Pozzi petroliferi.

    Tra gli inquinanti emessi dall’impianto C.O.V.A. ci sono NOx, SO2, CO e particolato, l’idrogeno solforato (H2S), i Composti Organici Volatili (V.O.C.).

    Durante il processo di idro-desolforazione nel Centro C.O.V.A. una parte di idrogeno solforato (H2S) viene dispersa nell’aria da un inceneritore a fiammella, che emettecirca altri 70 inquinanti. Le altezze dei pennacchi con cui le sostanze chimiche escono dai camini variano da 12 a 33 m, la temperatura da 395 a 1’083 °C, la velocità di uscita da 3,1 a 21,4 m/s.

     In Italia i limiti di emissione di H2S sono 5’000 volte superiori a quelli degli Stati Uniti:

    • Organizzazione Mondiale della Sanità: 0,005 ppm di H2S
    • USA: Il Governo Federale consiglia 0,001 ppm (ciascuno stato decide autonomamente)
    • Massachussetts: 0,0006 ppm
    • Oklahoma:  0,2 ppm
    • California:   0,03 ppm
    • Canada, Alberta: 0,02 ppm
    • ITALIA:  Industria non petrolifera – 5 ppm, Industria petrolifera – 30 ppm

    Il monitoraggio di questa sostanza in Val d’Agri avviene solo 2-3 volte l’anno.

    Oltre ai danni causati direttamente all’uomo, l’H2S ha effetti nocivi su piante, animali e pesci ed ha effetto di bio-accumulo.

    In 16 anni, dal 2001 al 2017, C.O.V.A. ha contaminato 26’000 m2 del suolo, pari al 15 % dell’area di 180’000 m2 che occupa, ha smaltito irregolarmente oltre 854’000 t di sostanze pericolose.

    In 7 anni, dal 2012 al 2019, nel Centro sono stati più di 100 incidenti, che sono stati sminuiti o taciuti da ENI.

    Il paradosso è che C.O.V.A. si trova in un’area naturalistica di pregio, una delle più importanti d’Europa.

    Le  aree naturali protette della  Basilicata occupano circa il 30 % della superficie, con 120 aree protette organizzate in un sistema dei 3 Parchi Nazionali, 3 Parchi Regionali, 14 Riserve Naturali statali e regionali, 5 Oasi WWF, 82 SIC, ZSC e ZPS (Rete Natura 2000), 2 Zone Umide Ramsar, 9 aree IBA.

    Il Parco Nazionale del Pollino è il parco più grande d’Italia e considerato Patrimonio UNESCO.

    La storia dell’istituzione del Parco Nazionale Val d’Agri Lagonegrese è stata fortemente influenzata dall’attività estrattiva.

    Qualcuno ha definito il Parco Nazionale della Val d’Agri Lagonegrese il Parco della Val d’AGIP, per sottolineare la rapacità delle compagnie petrolifere che pretendono di effettuare attività estrattive dentro un Parco Nazionale.

    L’istituzione del Parco della Val d’Agri prevista nel 1991, è stata conclusa solo 16 anni dopo, l’8 dicembre 2007, a causa delle forti pressioni di alcune multinazionali petrolifere.   

    Si è passati da una prima proposta di perimetrazione pari ad un’estensione di circa 160’000 ettari all’attuale area frastagliata di 70’000 effettivi.

    56 % in meno, rispetto alla prima versione di perimetrazione.

    Tuttavia, nel 2017 ENI presenta la richiesta di nuova perforazione, nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Alta Val D’Agri-Lagonegrese, che risultava inammissibile nel rispetto della funzione di protezione del capitale naturale del Parco.

    Nei limiti della concessione Val d’Agri ricadono aree comprese nel Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, nel Parco Regionale Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane.

    Il territorio della concessione Val d’Agri è caratterizzato dalla presenza di 11 siti di Rete Natura 2000 (SIC/ZSC/ZPS).

    Non esiste alcuna normativa italiana che definisce una distanza minima per l’esercizio di attività di estrazione petrolifera dai siti ZPS/SIC/ZSC/Parchi.

    Secondo i dati di Alberto Diantini dell’Università di Padova, il 60 % dei 40 Pozzi sono situate alla distanza di 0,88 km – 1,11 km da ZPS e dal Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese.

    Ad oggi 14 di 40 Pozzi si trovano all’interno del Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese.

    Emerge che il 47,5 %dei 40 Pozzi sono situati alla distanza da 0,66 km a 1,19 km dai bacini idrici, il 30 % dei 40 Pozzi – a 0,58 km da fiumi, laghi o Sorgenti, il 12,5 % dei Pozzi – fra 1,25 km e i 1,84 km da fiumi, laghi o Sorgenti, il 10 % – tra 1,97 km e 2,47 km da fiumi, laghi o Sorgenti.

    Secondo i dati di Alberto Diantini, la media distanza dei Pozzi petroliferi dalle aree SIC/ZSC è di 2,32 km, da ZPS1,93 km, dal Parco1,97 km, dai fiumi/laghi/Sorgenti0,98 km!

    Data la grande importanza dell’invaso del Pertusillo dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico a scopo potabile, esiste il rischio serio sia per il mantenimento dei delicati equilibri ecologici dell’area sia per la salute umana.

    La Prof.ssa Geologo Albina Colella ha trovato nelle Sorgenti LaRossa 2 e LaRossa 3 situati a poco più di 2 km dal Pozzo di re-iniezione petrolifera Costa Molina 2, valori di alluminio 1’700 volte in più e gli idrocarburi totali 10 volte in più, rispetto ai valori normali nelle Sorgenti.

    Secondo la Prof.ssa Colella, “una potenziale fonte di contaminazione di queste acque potrebbe essere rappresentata da perdite di acque di scarto petrolifero dal Pozzo di re-iniezione Costa Molina 2, dovute a cedimenti della integrità strutturale del Pozzo e diffusione di tali acque nel sottosuolo e contaminazione delle acque sotterranee”.

    A circa 1,8 km dal Centro Oli di Viggiano si trovail Lago artificiale Pertusillo che fornisce l’acqua potabile alla Puglia e alla Basilicata. Ogni giorno 2’658’861 persone delle province di Bari, Taranto e Lecce bevono l’acqua proveniente dal Lago Pertusillo. Con la stessa acqua vengono irrigati 35’000 ettari di campi della Basilicata.

    Il Lago rientra nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese.

    I Pozzi di petrolio sono a meno di 1 km dal Lago e pescano a 4-5 km sotto la superficie.

    Nei pesci del Lago Pertusillo sono stati rinvenuti idrocarburi, PCB, metalli pesanti, microcistine. Nell’acqua e nei sedimenti del Lago sono stati rinvenuti idrocarburi, metalli pesanti, naftalene, diossine, PFOS.

    L’ARPAB ha censito la presenza di 21 metalli pesanti nelle acque del Lago, 5 dei quali passati indenni perfino agli impianti di potabilizzazione.

    Analisi e studi eseguiti sul territorio della concessione petrolifera dimostrano il forte inquinamento sia delle falde acquifere che degli invasi idrici, con la presenza di metalli pesanti in concentrazione superiore ai limiti europei, nonché un’anomala distribuzione di tumori e malattie cardiorespiratorie nell’area.

    Il problema c’è: il trascinamento degli inquinanti ambientali nella catena alimentare, ma su questo aspetto c’è troppa omertà di egoistica connivenza.

    Analizzando 12 Pozzi artesiani nel comune di Corleto Perticara, in vicinanza del giacimento Tempa Rossa, l’organizzazione ecologista C.O.V.A. CONTRO ha trovato:

          manganese 40 volte oltre il limite di legge;

          boro  – 1,6 volte oltre il limite;

          ferro 2,6 volte oltre il limite;

          nitriti – 6,25 volte oltre il limite;

          fluoruri – 2,8 volte oltre il limite;

          alifatici clorurati – 2,1 volte oltre il limite;

          cloroformio 146 volte oltre il limite;

          bromodiclorometano 7,5 volte oltre il limite;

          benzo(a)pirene – 2,5 volte oltre il limite.

    Gli effetti sulla salute, determinati dalle estrazioni petrolifere, sono ben noti essendo stati ampiamente studiati in varie località del mondo. Tali studi hanno dimostrato che le popolazioni residenti nel raggio di 500 m – 1 km dai Pozzi petroliferi hanno una incidenza maggiore sia di tumori, anche infantili, che di patologie croniche e malformazioni congenite.

    Nonostante in Nigeria in 50 anni sono stati perforati 606 Pozzi petroliferi che fanno l’80 % del PIL nazionale, il paeseafricano rimane uno dei più poveri.

    Nonostante 35 anni di estrazioni, anche la Basilicata rimane la regione più povera del sud e sicuramente una tra le più malate.

    Lo studio epidemiologico finanziato dai comuni di Viggiano e Grumento Nova realizzato su 6’795 residenti per il periodo 2000-2014 ha scoperto che le ospedalizzazioni per le malattie respiratorie croniche nelle donne erano 202 % in più e, negli uomini, erano 118 % in più, nelle zone di maggiore esposizione agli inquinanti, che uscivano in aria dai camini di C.O.V.A.

    Dalle analisi di mortalità è statoosservato un eccesso per le malattie del sistema circolatorio nelle donne +63 %, per uomini+ +41 % nelle zone di maggiore esposizione agli inquinanti, che uscivano in aria dai camini di C.O.V.A.

    La mortalità a Viggiano e Grumento Nova, rispetto a quella di 20 comuni della concessione Val d’Agri, ha evidenziatoeccessi a Viggiano e a Grumento Nova per tutte le cause + 19 % tra le donne e + 15 % per entrambi, invece per le malattie del sistema circolatorio + 32 % di cui + 45 % per malattie ischemiche del cuore tra le donne.

    Tra il 2011 e il 2014 il tasso di mortalità in un piccolo villaggio Corleto Perticara, che ha meno di 3’000 abitanti e che si trova a 4 km in linea d’aria dal Centro di Tempa Rossa e a 20 km da quello di Viggiano, era il 73 % più alto del tasso regionale e il 69 % più alto del provinciale.

    Tra il 2011 e il 2014 nella provincia di Potenza il tasso di ospedalizzazione per tumore maligno nei maschi tra 0 a 14 anni è cresciuto del 48 %, il tasso di dimissioni per chemioterapia era più alto rispetto al nazionale del 37 % per le bambine e del 59 % per i bambini.

    Nel 2017 circa 200 residenti dei comuni di Viggiano e Grumento Nova in Val d’Agri sono stati interrogati, riguardo la loro percezione dell’impatto del C.O.V.A. sulla salute umana.

    Risultava che tra le persone intervistate:

       95,9 % ritenevano che C.O.V.A. è molto pericoloso per l’ambiente;

       98,6 % ritenevano che C.O.V.A. è molto pericoloso per la salute;

       86,1 % ritenevano che tutte le persone sono potenzialmente esposte ai potenziali rischi del C.O.V.A.;

       66,3 % ritenevano grave la situazione ambientale del comune di residenza;

       67,1 % ritenevano che è molto probabile avere allergie;

       72,1 % ritenevano che è molto probabile avere malattie respiratorie acute;

       57,1 % ritenevano che è molto probabile avere malattie cardiovascolari;

       49,1 % ritenevano che è molto probabile avere infertilità;

       74,4 % ritenevano che è molto probabile avere varie forme di cancro;

       69,5 % ritenevano che è molto probabile avere leucemia;

       61,0 % ritenevano che è molto probabile avere malformazioni congenite.

    61,6 % delle persone non si ritenevano sufficientemente informate sulla presenza dei pericoli nell’area in cui vivono.

    Nel 2020 la Fondazione Ambiente Ricerca Basilicata (FARBAS) nei limiti dello Studio EPIBAS, ha interrogato circa 600 persone, residenti nelle aree interessate dalle attività di estrazione petrolifera in Basilicata.

    Le persone intervistate hanno mostrato una percezione molto alta di pericolo alla salute, una insoddisfazione sull’informazione ricevuta e una bassa fiducia nell’affidabilità di media, associazioni, pubblica amministrazione in relazione alle informazioni sui pericoli ambientali.

    Lo Studio ha scoperto che:

    73,8 % delle persone intervistate che vivono vicino al centro C.O.V.A. e nella zona di trivellazione Tempa Rossa, ritenevano che l’estrazione petrolifera rappresenta un pericolo;

    solo il 26 % ritenevano affidabili le informazioni fornite da Regione Basilicata (Dipartimento di Salute, Dipartimento di Ambiente);  

    solo il 37 % ritenevano affidabili informazioni, fornite da aziende sanitarie locali;  

    solo il 24,4 % ritenevano affidabili informazioni fornite da ARPA;

    solo il 25 % ritenevano affidabili informazioni fornite da comuni;

    solo 22,6 % ritenevano affidabili informazioni fornite da ISPRA e ISS;

    solo il 17,4 % ritenevano affidabili informazioni fornite dall’Europa;

    solo il 19,8 % ritenevano affidabili informazioni fornite dal Governo;

    solo il 25,7 % ritenevano affidabili informazioni fornite da mezzi di comunicazione (TV/Radio/giornali).  

    Mentre ENI e TOTAL facevano finta di essere preoccupate per il fabbisogno energetico dell’Italia, per le ricadute sull’economia e l’occupazione, perché pagavano solo il 7 % di royalties (il 4 % se il petrolio è estratto in mare),per poter avere il permesso dal Governo di spremere la terra altrui e saccheggiare le risorse, quando in Venezuela le royalties al Governo sono l’85 %, in Norvegia80 %, in Bolivia ed Ecuador – oltre il 50 %, l’aria, il suolo, l’acqua, l’agricoltura, il turismo e la salute del popolo della Val d’Agri hanno avuto

    le ricadute drammatiche.

    L’estrazione petrolifera è una grave ipoteca sul futuro delle terre.

    L’unico futuro ecologico possibile per la Basilicata è il futuro delle energie rinnovabili.

    Le energie fossili e le trivellazioni sono il passato.

    “Affare” PETROLIO è come una punta dell’Icebergla cui enorme ENTITÀ NERA distrugge ecosistemi naturali, comporta perdita di biodiversità e rischio di nuove malattie infettive, inquina l’area, il suolo, le acque superficiali e le sotterranee, di cui fanno parte le Sorgenti, Torrenti, Fiumi, Laghi, danneggia la catena alimentare, fauna, flora e la salute umana.

    La Regione Basilicata copre solo circa il 6-8 % del fabbisogno nazionale di petrolio (2 settimane di consumo nazionale) e circa l’1,4 % del fabbisogno nazionale di gas (4 giorni di riscaldamento delle case degli italiani in inverno).

    Il resto l’Italia lo deve comprare.

    Oggi in Italia l’ACQUA, l’ORO BLUE, è davvero più preziosa del PETROLIO?

    Oggi in Italia i PARCHI, l’ORO VERDE, sono davvero più preziosi del PETROLIO?

    Solo la stupidità umana e l’avidità delle pochissime multinazionali può ipotecare l’ORO BLUE e l’ORO VERDE dell’intera Regione Basilicata.

    Per solo 2 settimane di consumo nazionale…

    Leggere la PARTE 5 dell’articolo:

    Leggere l’articolo intero (PARTI 1-5):

    21.12.2021

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • “Affare” PETROLIO. Punta dell’Iceberg. Basilicata. PARTE 4

    Analisi di 12 Pozzi Artesiani, comune Corleto Perticara, fonte C.O.V.A. CONTRO

    Contenuto:

    1. Distruzione degli ecosistemi naturali

    2. Basilicata, il più grande serbatoio nazionale dell’acqua

        2.1. SORGENTI

    3. Concessioni petrolifere in Basilicata

        3.1. Fasi di lavorazione e sostanze chimiche

    4. Centro Olio Val d’Agri, C.O.V.A.

    5. Parchi della Regione Basilicata e conflitto con Pozzi

    6. FRACKING. MORIA DEI PESCI. CONSUMO DELL’ACQUA. SCARTI

        PETROLIFERI. SORGENTI RADIOATTIVE

    7. Terremoti indotti, deformazioni e rotture dei Pozzi. Pozzi di re-iniezioni

    8. Smaltimento dei fanghi di perforazione

    9. Lago Pertusillo

    10. Analisi chimiche

    11.Contaminazione degli alimenti

    12. Pozzi petroliferi PERGOLA 1, TEMPA ROSSA, MONTEGROSSO

    13. IMPATTO DELLE TRIVELLE IN VAL D’AGRI SULLA SALUTE UMANA,  

          FAUNA E FLORA

    14. Casi legali in Basilicata

    15. Posizione ENI, Transizione ecologica, LOBBY del PETROLIO

    Bibliografia………………………………………………………………………………..156

    Abbreviazioni……………………………………………………………………………..167

    Vedi SUMMARY nell’articolo PARTE 2.

    Leggere tutto l”articolo PARTE 4:

    14.11.2021

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus

    Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.)

    Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.)

    info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • “Affare” PETROLIO. Punta dell’Iceberg. Basilicata. PARTE 3

    Concentrazioni di idrocarburi nei sedimenti del Lago Pertusillo, mg/kg, Colella A. e di Bello G., 2012

    Contenuto:

    1. Distruzione degli ecosistemi naturali

    2. Basilicata, il più grande serbatoio nazionale dell’acqua

        2.1. SORGENTI

    3. Concessioni petrolifere in Basilicata

        3.1. Fasi di lavorazione e sostanze chimiche

    4. Centro Olio Val d’Agri, C.O.V.A.

    5. Parchi della Regione Basilicata e conflitto con Pozzi

    6. FRACKING. MORIA DEI PESCI. CONSUMO DELL’ACQUA. SCARTI

        PETROLIFERI. SORGENTI RADIOATTIVE

    7. Terremoti indotti, deformazioni e rotture dei Pozzi.

        Pozzi di re-iniezioni

    8. Smaltimento dei fanghi di perforazione

    9. Lago Pertusillo

    10. Analisi chimiche

    11.Contaminazione degli alimenti

    12. Pozzi petroliferi PERGOLA 1, TEMPA ROSSA, MONTEGROSSO

    13. IMPATTO DELLE TRIVELLE IN VAL D’AGRI SULLA SALUTE UMANA, FAUNA e FLORA

    14. Casi legali in Basilicata

    15. Posizione ENI, Transizione ecologica, LOBBY del PETROLIO

    Bibliografia………………………………………………………………………………….156

    Abbreviazioni……………………………………………………………………………….167

    Vedi SUMMARY nell’articolo PARTE 2.

    Leggere tutto l’articolo PARTE 3:

    05.10.2021

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology

    Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.)

    Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.),

    Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.),

    info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • “Affare” PETROLIO. Punta dell’Iceberg. Basilicata. PARTE 2

    Carta dei titoli minerari in Basilicata, 2019

    Contenuto:

    1. Distruzione degli ecosistemi naturali

    2. Basilicata, il più grande serbatoio nazionale dell’acqua

        2.1. SORGENTI

    3. Concessioni petrolifere in Basilicata

        3.1. Fasi di lavorazione e sostanze chimiche

    4. Centro Olio Val d’Agri, C.O.V.A.

    5. Parchi della Regione Basilicata e conflitto con Pozzi

    6. FRACKING. MORIA DEI PESCI. CONSUMO DELL’ACQUA. SCARTI  

        PETROLIFERI. SORGENTI RADIOATTIVE

    7. Terremoti indotti, deformazioni e rotture dei Pozzi. Pozzi di re-iniezioni

    8. Smaltimento dei fanghi di perforazione

    9. Lago Pertusillo

    10. Analisi chimiche

    11.Contaminazione degli alimenti

    12. Pozzi petroliferi PERGOLA 1, TEMPA ROSSA, MONTEGROSSO

    13. IMPATTO DELLE TRIVELLE IN VAL D’AGRI SULLA SALUTE UMANA

    14. Casi legali in Basilicata

    15. Posizione ENI, Transizione ecologica, LOBBY del PETROLIO

    Bibliografia………………………………………………………………………………..156

    Abbreviazioni……………………………………………………………………………..167

    SUMMARY

    La Regione Basilicata è uno dei più importanti serbatoi di acque sotterranee e superficiali destinate al consumo umano della Nazione.

    La Regione Basilicata è anche il più ricco giacimento di idrocarburi d’Italia.

    Nel 2012 la Commissione Parlamentare ha evidenziato nella Regione Basilicata “…890 siti inquinati censiti, la metà dei quali connessi alle attività di prospezione petrolifera”.

    Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse (UNMIG), in 93 anni, dal 1921 al 31 dicembre 2014 in Basilicata sono stati perforati 484 Pozzi.

    Acqua e idrocarburi. La convivenza di queste 2 sostanze è incompatibile.

    L’attività petrolifera compromette la qualità delle acque.

    La Regione Basilicata ha un reticolo idrografico ricchissimo: 8 fiumi principali, solo nella Val d’Agri  ci sono 23 strutture idrogeologiche, 650 Sorgenti e 2 invasi d’acqua.

    Nella Regione Basilicata manca il Piano di Tutela delle Acque previsto dal Codice dell’Ambiente che permette alle compagnie petrolifere di fare altre richieste per trivellare nelle zone ricche delle preziose risorse sorgive e anche nei Parchi.

    Nel 2019 l’incidenza delle attività estrattive riguardava il 35 % del territorio della Regione Basilicata. In caso di accoglimento delle numerose istanze di permesso, l’incidenza passerebbe al 65 % del territorio !

    Nella Val d’Agri circa il 60 % delle aziende agricole lucane hanno chiuso la loro attività, in quanto i prodotti coltivati erano inquinati da idrocarburi e metalli pesanti (fragole, uva, olivi, peperoni, miele, latte, vino….)

    ENI è diventata il più grande proprietario terriero della Val d’Agri.

    Praticamente, tutta la Regione Basilicata è “coperta” dalle trivellazioni, ricerche, permessi di ricerca di idrocarburi sia in orizzontale che in profondità, considerando che le trivellazioni arrivano a forare la terra fino a 3-4-5-6-7 km.

    Durante la fase di perforazione dei Pozzi, per facilitare la penetrazione delle trivelle nel sottosuolo, vengono usate da 250 a 1’300 sostanze chimiche, secondo fonti diverse, dannose all’ambiente e all’uomo.

    La loro composizione chimica è coperta da segreto industriale.

    Si tratta di fluidi iniettati che accompagnano l’intera vita del Pozzo, che inquinano per anni o decenni il sottosuolo, il suolo, le falde acquifere, producendo ogni giorno diverse tonnellate di fanghi di lavorazione, che devono essere smaltite.

    I Pozzi di estrazione idrocarburi attivi in Basilicata sono 126 di cui 43 in provincia di Potenza e 83 in provincia di Matera.

    In Val d’Agri ci sono 40 Pozzi per l’estrazione di petrolio, di cui 26 in produzione, e 1 Pozzo di Costa Molina 2 a Montemurro è destinato a re-iniezione fluidi (rifiuti di produzione petrolifera).

    Nel comune di Viggiano dove si trova il Centro Oli C.O.V.A. ricadono 20 Pozzi petroliferi.

    Tra gli inquinanti emessi dall’impianto C.O.V.A. ci sono NOx, SO2, CO e particolato, l’idrogeno solforato (H2S), i Composti Organici Volatili (V.O.C.).

    Durante il processo di idro-desolforazione nel Centro C.O.V.A. una parte di idrogeno solforato (H2S) viene dispersa nell’aria da un inceneritore a fiammella, che emette circa altri 70 inquinanti. Le altezze dei pennacchi con cui le sostanze chimiche escono dai camini variano da 12 a 33 m, la temperatura da 395 a 1’083 °C, la velocità di uscita da 3,1 a 21,4 m/s.

    In Italia i limiti di emissione di H2S sono 5’000 volte superiori a quelli degli Stati Uniti:

    Organizzazione Mondiale della Sanità: 0,005 ppm di H2S

    USA: Il Governo Federale consiglia 0,001 ppm (ciascuno stato decide autonomamente)

    Massachussetts: 0,0006 ppm

    Oklahoma:  0,2 ppm

    California:   0,03 ppm

    Canada, Alberta: 0,02 ppm

    ITALIA:  Industria non petrolifera – 5 ppm

                 Industria petrolifera – 30 ppm

    Il monitoraggio di questa sostanza in Val d’Agri avviene solo 2-3 volte l’anno.

    Oltre ai danni causati direttamente all’uomo, l’H2S ha effetti nocivi su piante, animali e pesci ed ha effetto di bio-accumulo.

    In 16 anni, dal 2001 al 2017, C.O.V.A. ha contaminato 26’000 m2 del suolo, pari al 15 % dell’area di 180’000 m2 che occupa, ha smaltito irregolarmente oltre 854’000 t di sostanze pericolose.

    In 7 anni, dal 2012 al 2019, nel Centro sono stati più di 100 incidenti, che sono stati sminuiti o taciuti da ENI.

    Il paradosso è che C.O.V.A. si trova in un’area naturalistica di pregio, una delle più importanti d’Europa.

    Le aree naturali protette della Basilicata occupano circa il 30 % della superficie, con 120 aree protette organizzate in un sistema dei 3 Parchi Nazionali, 3 Parchi Regionali, 14 Riserve Naturali statali e regionali, 5 Oasi WWF, 82 SIC, ZSC e ZPS (Rete Natura 2000), 2 Zone Umide Ramsar, 9 aree IBA.

    Il Parco Nazionale del Pollino è il parco più grande d’Italia e considerato Patrimonio UNESCO.

    La storia dell’istituzione del Parco Nazionale Val d’Agri Lagonegrese è stata fortemente influenzata dall’attività estrattiva.

    Qualcuno ha definito il Parco Nazionale della Val d’Agri Lagonegrese il Parco della Val d’AGIP, per sottolineare la rapacità delle compagnie petrolifere che pretendono di effettuare attività estrattive dentro un Parco Nazionale.

    L’istituzione del Parco della Val d’Agri prevista nel 1991, è stata conclusa solo 16 anni dopo, l’8 dicembre 2007, a causa delle forti pressioni di alcune multinazionali petrolifere.   

    Si è passati da una prima proposta di perimetrazione pari ad un’estensione di circa 160’000 ettari all’attuale area frastagliata di 70’000 effettivi.

    56 % in meno, rispetto alla prima versione di perimetrazione.

    Tuttavia, nel 2017 ENI presenta la richiesta di nuova perforazione, nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Alta Val D’Agri Lagonegrese, che risultava inammissibile nel rispetto della funzione di protezione del capitale naturale del Parco.

    Nei limiti della concessione Val d’Agri ricadono aree comprese nel Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, nel Parco Regionale Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane.

    Il territorio della concessione Val d’Agri è caratterizzato dalla presenza di 11 siti di Rete Natura 2000 (SIC/ZSC/ZPS).

    Non esiste alcuna normativa italiana che definisce una distanza minima per l’esercizio di attività di estrazione petrolifera dai siti ZPS/SIC/ZSC/Parchi.

    Secondo i dati di Alberto Diantini dell’Università di Padova, il 60 % dei 40 Pozzi sono situate alla distanza di 0,88 km – 1,11 km da ZPS e dal Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese.

    Ad oggi 14 di 40 Pozzi si trovano all’interno del Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese.

    Emerge che il 47,5 %dei 40 Pozzi sono situati alla distanzada0,66 km a 1,19 km dai bacini idrici, il 30 %dei 40 Pozzi – a 0,58 km da fiumi, laghi o Sorgenti,il 12,5 %dei Pozzi – fra 1,25 km e i 1,84 km da fiumi, laghi o Sorgenti, il 10 % – tra 1,97 km e 2,47 km da fiumi, laghi o Sorgenti.

    Secondo i dati di Alberto Diantini, la media distanza dei Pozzi petroliferi dalle aree SIC/ZSC è di 2,32 km, da ZPS1,93 km, dal Parco1,97 km, dai fiumi/laghi/Sorgenti0,98 km !

    Data la grande importanza dell’invaso del Pertusillo dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico a scopo potabile, esiste il rischio serio sia per il mantenimento dei delicati equilibri ecologici dell’area sia per la salute umana.

    La Prof.ssa Geologo Albina Colella ha trovato nelle Sorgenti LaRossa 2 e LaRossa 3 situati a poco più di 2 km dal Pozzo di re-iniezione petrolifera Costa Molina 2, valori di alluminio 1’700 volte in più e gli idrocarburi totali 10 volte in più, rispetto ai valori normali nelle Sorgenti.

    Secondo la Prof.ssa Colella, “una potenziale fonte di contaminazione di queste acque potrebbe essere rappresentata da perdite di acque di scarto petrolifero dal Pozzo di re-iniezione Costa Molina 2, dovute a cedimenti della integrità strutturale del Pozzo e diffusione di tali acque nel sottosuolo e contaminazione delle acque sotterranee”.

    A circa 1,8 km dal Centro Oli di Viggiano si trovail Lago artificiale Pertusillo che fornisce l’acqua potabile alla Puglia e alla Basilicata. Ogni giorno 2’658’861 persone delle province di Bari, Taranto e Lecce bevono l’acqua proveniente dal Lago Pertusillo. Con la stessa acqua vengono irrigati 35’000 ettari di campi della Basilicata.

    Il Lago rientra nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese.

    I Pozzi di petrolio sono a meno di 1 km dal Lago e pescano a 4-5 km sotto la superficie.

    Nei pesci del Lago Pertusillo sono stati rinvenuti idrocarburi, PCB, metalli pesanti, microcistine. Nell’acqua e nei sedimenti del Lago sono stati rinvenuti idrocarburi, metalli pesanti, naftalene, diossine, PFOS.

    L’ARPAB ha censito la presenza di 21 metalli pesanti nelle acque del Lago, 5 dei quali passati indenni perfino agli impianti di potabilizzazione.

    Analisi e studi eseguiti sul territorio della concessione petrolifera dimostrano il forte inquinamento sia delle falde acquifere che degli invasi idrici, con la presenza di metalli pesanti in concentrazione superiore ai limiti europei, nonché un’anomala distribuzione di tumori e malattie cardiorespiratorie nell’area.

    Il problema c’è: il trascinamento degli inquinanti ambientali nella catena alimentare, ma su questo aspetto c’è troppa omertà di egoistica connivenza.

    Analizzando 12 Pozzi artesiani nel comune di Corleto Perticara, in vicinanza del giacimento Tempa Rossa, l’organizzazione ecologista C.O.V.A. CONTRO ha trovato:

          manganese 40 volte oltre il limite di legge;

          boro  – 1,6 volte oltre il limite;

          ferro 2,6 volte oltre il limite;

          nitriti – 6,25 volte oltre il limite;

          fluoruri – 2,8 volte oltre il limite;

          alifatici clorurati – 2,1 volte oltre il limite;

          cloroformio 146 volte oltre il limite;

          bromodiclorometano 7,5 volte oltre il limite;

          benzo(a)pirene – 2,5 volte oltre il limite.

    Gli effetti sulla salute, determinati dalle estrazioni petrolifere, sono ben noti essendo stati ampiamente studiati in varie località del mondo. Tali studi hanno dimostrato che le popolazioni residenti nel raggio di 500 m – 1 km dai Pozzi petroliferi hanno una incidenza maggiore sia di tumori, anche infantili, che di patologie croniche e malformazioni congenite.

    Nonostante in Nigeria in 50 anni sono stati perforati 606 Pozzi petroliferi che fanno l’80 % del PIL nazionale, il paese africano rimane uno dei più poveri.

    Nonostante 35 anni di estrazioni, anche la Basilicata rimane la regione più povera del sud e sicuramente una tra le più malate.

    Lo studio epidemiologico finanziato dai comuni di Viggiano e Grumento Nova realizzato su 6’795 residenti per il periodo 2000-2014 ha scoperto che le ospedalizzazioni per le malattie respiratorie croniche nelle donne erano 202 % in più e, negli uomini, erano 118 % in più, nelle zone di maggiore esposizione agli inquinanti, che uscivano in aria dai camini di C.O.V.A.

    Dalle analisi di mortalità è statoosservato un eccesso per le malattie del sistema circolatorio nelle donne +63 %, per uomini+donne  +41 % nelle zone di maggiore esposizione agli inquinanti, che uscivano in aria dai camini di C.O.V.A.

    La mortalità a Viggiano e Grumento Nova, rispetto a quella di 20 comuni della concessione Val d’Agri, ha evidenziato eccessi a Viggiano e a Grumento Nova  per tutte le cause + 19 % tra le donne e + 15 % per entrambi, invece per le malattie del sistema circolatorio + 32 % di cui + 45 % per malattie ischemiche del cuore tra le donne.

    Tra il 2011 e il 2014 il tasso di mortalità in un piccolo villaggio Corleto Perticara, che ha meno di 3’000 abitanti e che si trova a 4 km in linea d’aria dal Centro di Tempa Rossa e a 20 km da quello di Viggiano, era il 73 % più alto del tasso regionale e il 69 % più alto del provinciale.

    Tra il 2011 e il 2014 nella provincia di Potenza il tasso di ospedalizzazione per tumore maligno nei maschi tra 0 a 14 anni è cresciuto del 48 %, il tasso di dimissioni per chemioterapia era più alto rispetto al nazionale del 37 % per le bambine e del 59 % per i bambini.

    Nel 2017 circa 200 residenti dei comuni di Viggiano e Grumento Nova in Val d’Agri sono stati interrogati, riguardo la loro percezione dell’impatto del C.O.V.A. sulla salute umana.

    Risultava che tra le persone intervistate:

       95,9 %  ritenevano che C.O.V.A. è molto pericoloso per l’ambiente;

       98,6 % ritenevano che C.O.V.A. è molto pericoloso per la salute;

       86,1 % ritenevano che tutte le persone sono potenzialmente esposte ai potenziali rischi del C.O.V.A.;

       66,3 % ritenevano grave la situazione ambientale del comune di residenza;

       67,1 % ritenevano che è molto probabile avere allergie;

       72,1 % ritenevano che è molto probabile avere malattie respiratorie acute;

       57,1 %  ritenevano che è molto probabile avere malattie cardiovascolari;

       49,1 %  ritenevano che è molto probabile avere infertilità;

       74,4 % ritenevano che è molto probabile avere varie forme di cancro;

       69,5 %  ritenevano che è molto probabile avere leucemia;

       61,0 %  ritenevano che è molto probabile avere malformazioni congenite.

    61,6 % delle persone non si ritenevano sufficientemente informate sulla presenza dei pericoli nell’area in cui vivono.

    Nel 2020 la Fondazione Ambiente Ricerca Basilicata (FARBAS) nei limiti dello Studio EPIBAS, ha interrogato circa 600 persone, residenti nelle aree interessate dalle attività di estrazione petrolifera in Basilicata.

    Le persone intervistate hanno mostrato una percezione molto alta di pericolo alla salute, una insoddisfazione sull’informazione ricevuta e una bassa fiducia nell’affidabilità di media, associazioni, pubblica amministrazione in relazione alle informazioni sui pericoli ambientali.

    Lo Studio ha scoperto che:

    73,8 % delle persone intervistate che vivono vicino al centro C.O.V.A. e nella zona di trivellazione Tempa Rossa, ritenevano che l’estrazione petrolifera rappresenta un pericolo;

    solo il 26 % ritenevano affidabili le informazioni fornite da Regione Basilicata (Dipartimento di Salute, Dipartimento di Ambiente);  

    solo il 37 % ritenevano affidabili informazioni, fornite da aziende sanitarie locali;  

    solo il 24,4 % ritenevano affidabili informazioni fornite da ARPA;

    solo il 25 % ritenevano affidabili informazioni fornite da comuni;

    solo 22,6 % ritenevano affidabili informazioni fornite da ISPRA e ISS;

    solo il 17,4 % ritenevano affidabili informazioni fornite dall’Europa;

    solo il 19,8 % ritenevano affidabili informazioni fornite dal Governo;

    solo il 25,7 % ritenevano affidabili informazioni fornite da mezzi di comunicazione (TV/Radio/giornali).  

    Mentre ENI e TOTAL facevano finta di essere preoccupate per il fabbisogno energetico dell’Italia, per le ricadute sull’economia e l’occupazione, perché pagavano solo il 7 % di royalties (il 4 % se il petrolio è estratto in mare), per poter avere il permesso dal Governo di spremere la terra altrui e saccheggiare le risorse, quando in Venezuela le royalties al Governo sono l’85 %, in Norvegia80 %, in Bolivia ed Ecuador – oltre il 50 %, l’aria, il suolo, l’acqua, l’agricoltura, il turismo e la salute del popolo della Val d’Agri hanno avuto le ricadute drammatiche.

    L’estrazione petrolifera è una grave ipoteca sul futuro delle terre.

    L’unico futuro ecologico possibile per la Basilicata è il futuro delle energie rinnovabili.

    Le energie fossili e le trivellazioni sono il passato.

    “Affare” PETROLIO è come una punta dell’Iceberg la cui enorme ENTITÀ NERA distrugge ecosistemi naturali, comporta perdita di biodiversità e rischio di nuove malattie infettive, inquina l’area, il suolo, le acque superficiali e le sotterranee, di cui fanno parte le Sorgenti, Torrenti, Fiumi, Laghi, danneggia la catena alimentare, fauna, flora e la salute umana.

    La Regione Basilicata copre solo circa il 6-8 % del fabbisogno nazionale di petrolio (2 settimane di consumo nazionale) e circa l’1,4 % del fabbisogno nazionale di gas (4 giorni di riscaldamento delle case degli italiani in inverno).

    Il resto l’Italia lo deve comprare.

    Oggi in Italia l’ACQUA, l’ORO BLUE, è davvero più preziosa del PETROLIO ?

    Oggi in Italia i PARCHI, l’ORO VERDE, sono davvero più preziosi del PETROLIO ?

    Solo la stupidità umana e l’avidità delle pochissime multinazionali può ipotecare l’ORO BLUE e l’ORO VERDE dell’intera Regione Basilicata.

    Per solo 2 settimane di consumo nazionale…

    Leggere tutto l’articolo, PARTE 2:

     02.09.2021

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology

    Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.)

    Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.)

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    info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • “Affare” PETROLIO. Punta dell’Iceberg. Basilicata. PARTE 1

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    Regione Basilicata

    Contenuto:

    1. Distruzione degli ecosistemi naturali

    2. Basilicata, il più grande serbatoio nazionale dell’acqua

        2.1. SORGENTI

    3. Concessioni petrolifere in Basilicata

        3.1. Fasi di lavorazione e sostanze chimiche

    4. Centro Olio Val d’Agri, C.O.V.A.

    5. Parchi della Regione Basilicata e conflitto con Pozzi

    6. FRACKING. MORIA DEI PESCI. CONSUMO DELL’ACQUA. SCARTI  

        PETROLIFERI. SORGENTI RADIOATTIVE

    7. Terremoti indotti, deformazioni e rotture dei Pozzi. Pozzi di re-iniezioni

    8. Smaltimento dei fanghi di perforazione

    9. Lago Pertusillo

    10. Analisi chimiche

    11.Contaminazione degli alimenti

    12. Pozzi petroliferi PERGOLA 1, TEMPA ROSSA, MONTEGROSSO

    13. IMPATTO DELLE TRIVELLE IN VAL D’AGRI SULLA SALUTE UMANA

    14. Casi legali in Basilicata

    15. Posizione ENI, Transizione ecologica, LOBBY del PETROLIO

    Bibliografia………………………………………………………………………………..147

    Abbreviazioni……………………………………………………………………………..158

    SUMMARY

    La Regione Basilicata è uno dei più importanti serbatoi di acque sotterranee e superficiali destinate al consumo umano della Nazione.

    La Regione Basilicata è anche il più ricco giacimento di idrocarburi d’Italia.

    Nel 2012 la Commissione Parlamentare ha evidenziato nella Regione Basilicata “… 890 siti inquinati censiti, la metà dei quali connessi alle attività di prospezione petrolifera”.

    Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse (UNMIG), in 93 anni, dal 1921 al 31 dicembre 2014 in Basilicata sono stati perforati 484 Pozzi.

    Acqua e idrocarburi. La convivenza di queste 2 sostanze è incompatibile.

    L’attività petrolifera compromette la qualità delle acque.

    La Regione Basilicata ha un reticolo idrografico ricchissimo: 8 fiumi principali, solo nella Val d’Agri  ci sono 23 strutture idrogeologiche, 650 Sorgenti e 2 invasi d’acqua.

    Nella Regione Basilicata manca il Piano di Tutela delle Acque previsto dal Codice dell’Ambiente che permette alle compagnie petrolifere di fare altre richieste per trivellare nelle zone ricche delle preziose risorse sorgive e anche nei Parchi.

    Nel 2019 l’incidenza delle attività estrattive riguardava il 35 % del territorio della Regione Basilicata. In caso di accoglimento delle numerose istanze di permesso, l’incidenza passerebbe al 65 % del territorio !

    Nella Val d’Agri circa il 60 % delle aziende agricole lucane hanno chiuso la loro attività, in quanto i prodotti coltivati erano inquinati da idrocarburi e metalli pesanti (fragole, uva, olivi, peperoni, miele, latte, vino….)

    ENI è diventata il più grande proprietario terriero della Val d’Agri.

    Praticamente, tutta la Regione Basilicata è “coperta” dalle trivellazioni, ricerche, permessi di ricerca di idrocarburi sia in orizzontale che in profondità, considerando che le trivellazioni arrivano a forare la terra fino a 3-4-5-6-7 km.

    Durante la fase di perforazione dei Pozzi, per facilitare la penetrazione delle trivelle nel sottosuolo, vengono usate da 250 a 1’300 sostanze chimiche, secondo fonti diverse, dannose all’ambiente e all’uomo.   

    La loro composizione chimica è coperta da segreto industriale.

    Si tratta di fluidi iniettati che accompagnano l’intera vita del Pozzo, che inquinano per anni o decenni il sottosuolo, il suolo, le falde acquifere, producendo ogni giorno diverse tonnellate di fanghi di lavorazione, che devono essere smaltite.

    I Pozzi di estrazione idrocarburi attivi in Basilicata sono 126 di cui 43 in provincia di Potenza e 83 in provincia di Matera.

    In Val d’Agri ci sono 40 Pozzi per l’estrazione di petrolio, di cui 26 in produzione, e 1 Pozzo di Costa Molina 2 a Montemurro è destinato a re-iniezione fluidi (rifiuti di produzione petrolifera).

    Nel comune di Viggiano dove si trova il Centro Olio C.O.V.A. ricadono 20 Pozzi petroliferi.

    Tra gli inquinanti emessi dall’impianto C.O.V.A. ci sono NOx, SO2, CO e particolato, l’idrogeno solforato (H2S), i Composti Organici Volatili (V.O.C.).

    Durante il processo di idrodesolforizzazione nel Centro C.O.V.A. una parte di idrogeno solforato (H2S) viene dispersa nell’aria da un inceneritore a fiammella, che emettecirca altri 70 inquinanti. Le altezze dei pennacchi con cui le sostanze chimiche escono dai camini variano da 12 a 33 m, la temperatura da 395 a 1’083 °C, la velocità di uscita da 3,1 a 21,4 m/s.

    In Italia i limiti di emissione di H2S sono 5’000 volte superiori a quelli degli Stati Uniti:

    Organizzazione Mondiale della Sanità: 0,005 ppm di H2S

    USA: Il Governo Federale consiglia 0,001 ppm (ciascuno stato decide autonomamente)

    Massachussetts: 0,0006 ppm

    Oklahoma: 0,2 ppm

    California: 0,03 ppm

    Canada, Alberta:  0,02 ppm

    California: 0,03 ppm

    Canada, Alberta:  0,02 ppm

    ITALIA:  Industria non petrolifera – 5 ppm, Industria petrolifera – 30 ppm

    Il monitoraggio di questa sostanza in Val d’Agri avviene solo 2-3 volte l’anno.

    Oltre ai danni causati direttamente all’uomo, l’H2S ha effetti nocivi su fauna e flora tramite l’effetto di bio-accumulo.

    In 16 anni, dal 2001 al 2017, C.O.V.A. ha contaminato 26’000 m2 del suolo, pari al 15 % dell’area di 180’000 m2 che occupa, ha smaltito irregolarmente oltre 854’000 t di sostanze pericolose.

    In 7 anni, dal 2012 al 2019, nel Centro sono stati più di 100 incidenti, che sono stati sminuiti o taciuti da ENI.

    Il paradosso è che C.O.V.A. si trova in un’area naturalistica di pregio, una delle più importanti d’Europa.

    Le  aree naturali protette della Basilicata occupano circa il 30 % della superficie, con 120 aree protette organizzate in un sistema dei 3 Parchi Nazionali, 3 Parchi Regionali, 14 Riserve Naturali statali e regionali, 5 Oasi WWF, 82 SIC, ZSC e ZPS (Rete Natura 2000), 2 Zone Umide Ramsar, 9 aree IBA.

    Il Parco Nazionale del Pollino è il parco più grande d’Italia e considerato Patrimonio UNESCO.

    La storia dell’istituzione del Parco Nazionale Val d’Agri-Lagonegrese è stata fortemente influenzata dall’attività estrattiva.

    Qualcuno ha definito il Parco Nazionale della Val d’Agri-Lagonegrese il Parco della Val d’AGIP, per sottolineare la rapacità delle compagnie petrolifere che pretendono di effettuare attività estrattive dentro un Parco Nazionale.

    L’istituzione del Parco della Val d’Agri prevista nel 1991, è stata conclusa solo 16 anni dopo, l’8 dicembre 2007, a causa delle forti pressioni di alcune multinazionali petrolifere.   

    Si è passati da una prima proposta di perimetrazione pari ad un’estensione di circa 160’000 ettari all’attuale area frastagliata di 70’000 effettivi.

    56 % in meno, rispetto alla prima versione di perimetrazione.

    Tuttavia, nel 2017 ENI presenta la richiesta di nuova perforazione, nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Alta Val D’Agri-Lagonegrese, che risultava inammissibile nel rispetto della funzione di protezione del capitale naturale del Parco.

    Nei limiti della concessione Val d’Agri ricadono aree comprese nel Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese, nel Parco Regionale Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane.

    Il territorio della concessione Val d’Agri è caratterizzato dalla presenza di 11 siti di Rete Natura 2000 (SIC/ZSC/ZPS).

    Non esiste alcuna normativa italiana che definisce una distanza minima per l’esercizio di attività di estrazione petrolifera dai siti ZPS/SIC/ZSC/Parchi.

    Secondo i dati di Alberto Diantini dell’Università di Padova, il 60 % dei 40 Pozzi sono situate alla distanza di 0,88 km – 1,11 km da ZPS e dal Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese.

    Ad oggi 14 di 40 Pozzi si trovano all’interno del Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese.

    Emerge che il 47,5 % dei 40 Pozzi sono situati alla distanza da 0,66 km a 1,19 km dai bacini idrici, il 30 % dei 40 Pozzi – a 0,58 km da fiumi, laghi o Sorgenti, il 12,5 % dei Pozzi – fra 1,25 km e i 1,84 km da fiumi, laghi o Sorgenti, il 10 % – tra 1,97 km e 2,47 km da fiumi, laghi o Sorgenti.

    Secondo i dati di Alberto Diantini, la media distanza dei Pozzi petroliferi dalle aree SIC/ZSC è di 2,32 km, da ZPS1,93 km, dal Parco1,97 km, dai fiumi/laghi/Sorgenti0,98 km !

    Data la grande importanza dell’invaso del Pertusillo dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico a scopo potabile, esiste il rischio serio sia per il mantenimento dei delicati equilibri ecologici dell’area sia per la salute umana.

    La Prof.ssa Geologo Albina Colella ha trovato nelle Sorgenti LaRossa 2 e LaRossa 3 situati a poco più di 2 km dal Pozzo di re-iniezione petrolifera Costa Molina 2, valori di alluminio 1’700 volte in più e gli idrocarburi totali 10 volte in più, rispetto ai valori normali nelle Sorgenti.

    Secondo la Prof.ssa Colella, “una potenziale fonte di contaminazione di queste acque potrebbe essere rappresentata da perdite di acque di scarto petrolifero dal Pozzo di re-iniezione Costa Molina 2, dovute a cedimenti della integrità strutturale del Pozzo e diffusione di tali acque nel sottosuolo e contaminazione delle acque sotterranee”.

    A circa 1,8 km dal Centro Olio di Viggiano si trova il Lago artificiale Pertusillo che fornisce l’acqua potabile alla Puglia e alla Basilicata. Ogni giorno 2’658’861 persone delle province di Bari, Taranto e Lecce bevono l’acqua proveniente dal Lago Pertusillo. Con la stessa acqua vengono irrigati 35’000 ettari di campi della Basilicata.

    Il Lago rientra nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese.

    I Pozzi di petrolio sono a meno di 1 km dal Lago e pescano a 4-5 km sotto la superficie.

    Nei pesci del Lago Pertusillo sono stati rinvenuti idrocarburi, PCB, metalli pesanti, microcistine. Nell’acqua e nei sedimenti del Lago sono stati rinvenuti idrocarburi, metalli pesanti, naftalene, diossine, PFOS.

    L’ARPAB ha censito la presenza di 21 metalli pesanti nelle acque del Lago, 5 dei quali passati indenni perfino agli impianti di potabilizzazione.

    Analisi e studi eseguiti sul territorio della concessione petrolifera dimostrano il forte inquinamento sia delle falde acquifere che degli invasi idrici, con la presenza di metalli pesanti in concentrazione superiore ai limiti europei, nonché un’anomala distribuzione di tumori e malattie cardiorespiratorie nell’area.

    Il problema c’è: il trascinamento degli inquinanti ambientali nella catena alimentare, ma su questo aspetto c’è troppa omertà di egoistica connivenza.

    Analizzando 12 Pozzi artesiani nel comune di Corleto Perticara, in vicinanza del giacimento Tempa Rossa, l’organizzazione ecologista C.O.V.A. CONTRO ha trovato:

          manganese 40 volte oltre il limite di legge;

          boro  – 1,6 volte oltre il limite;

          ferro 2,6 volte oltre il limite;

          nitriti – 6,25 volte oltre il limite;

          fluoruri – 2,8 volte oltre il limite;

          alifatici clorurati – 2,1 volte oltre il limite;

          cloroformio 146 volte oltre il limite;

          bromodicrolometano 7,5 volte oltre il limite;

          benzo(a)pirene – 2,5 volte oltre il limite.

    Gli effetti sulla salute, determinati dalle estrazioni petrolifere, sono ben noti essendo stati ampiamente studiati in varie località del mondo. Tali studi hanno dimostrato che le popolazioni residenti nel raggio di 500 m – 1 km dai Pozzi petroliferi hanno una incidenza maggiore sia di tumori, anche infantili, che di patologie croniche e malformazioni congenite.

    Nonostante in Nigeria in 50 anni sono stati perforati 606 Pozzi petroliferi che fanno l’80 % del PIL nazionale, il paese africano rimane uno dei più poveri.

    Nonostante 35 anni di estrazioni, anche la Basilicata rimane la regione più povera del sud e sicuramente una tra le più malate.

    Lo studio epidemiologico finanziato dai comuni di Viggiano e Grumento Nova realizzato su 6’795 residenti per il periodo 2000-2014 ha scoperto che le ospedalizzazioni per le malattie respiratorie croniche nelle donne erano 202 % in più e, negli uomini, erano 118 % in più, nelle zone di maggiore esposizione agli inquinanti, che uscivano in aria dai camini di C.O.V.A.

    Dalle analisi di mortalità è stato osservato un eccesso per le malattie del sistema circolatorio nelle donne +63 %, per uomini+donne  +41 % nelle zone di maggiore esposizione agli inquinanti, che uscivano in aria dai camini di C.O.V.A.

    La mortalità a Viggiano e Grumento Nova, rispetto a quella di 20 comuni della concessione Val d’Agri, ha evidenziato eccessi a Viggiano e a Grumento Nova  per tutte le cause + 19 % tra le donne e + 15 % per entrambi, invece per le malattie del sistema circolatorio + 32 % di cui + 45 % per malattie ischemiche del cuore tra le donne.

    Tra il 2011 e il 2014 il tasso di mortalità in un piccolo villaggio Corleto Perticara, che ha meno di 3’000 abitanti e che si trova a 4 km in linea d’aria dal Centro di Tempa Rossa e a 20 km da quello di Viggiano, era il 73 % più alto del tasso regionale e il 69 % più alto del provinciale.

    Tra il 2011 e il 2014 nella provincia di Potenza il tasso di ospedalizzazione per tumore maligno nei maschi tra 0 a 14 anni è cresciuto del 48 %, il tasso di dimissioni per chemioterapia era più alto rispetto al nazionale del 37 % per le bambine e del 59 % per i bambini.

    Nel 2017 circa 200 residenti dei comuni di Viggiano e Grumento Nova in Val d’Agri sono stati interrogati, riguardo la loro percezione dell’impatto del C.O.V.A. sulla salute umana.

    Risultava che tra le persone intervistate:

       95,9 %  ritenevano che C.O.V.A. è molto pericoloso per l’ambiente;

       98,6 % ritenevano che C.O.V.A. è molto pericoloso per la salute;

       86,1 % ritenevano che tutte le persone sono potenzialmente esposte ai potenziali rischi del C.O.V.A.;

       66,3 % ritenevano grave la situazione ambientale del comune di residenza;

       67,1 % ritenevano che è molto probabile avere allergie;

       72,1 % ritenevano che è molto probabile avere malattie respiratorie acute;

       57,1 %  ritenevano che è molto probabile avere malattie cardiovascolari;

       49,1 %  ritenevano che è molto probabile avere infertilità;

       74,4 % ritenevano che è molto probabile avere varie forme di cancro;

       69,5 %  ritenevano che è molto probabile avere leucemia;

       61,0 %  ritenevano che è molto probabile avere malformazioni congenite.

    61,6 % delle persone non si ritenevano sufficientemente informate sulla presenza dei pericoli nell’area in cui vivono.

    Nel 2020 la Fondazione Ambiente Ricerca Basilicata (FARBAS) nei limiti dello Studio EPIBAS, ha interrogato circa 600 persone, residenti nelle aree interessate dalle attività di estrazione petrolifera in Basilicata.

    Le persone intervistate hanno mostrato una percezione molto alta di pericolo alla salute, una insoddisfazione sull’informazione ricevuta e una bassa fiducia nell’affidabilità di media, associazioni, pubblica amministrazione in relazione alle informazioni sui pericoli ambientali.

    Lo Studio ha scoperto che:

    73,8 % delle persone intervistate che vivono vicino al centro C.O.V.A. e nella zona di trivellazione Tempa Rossa, ritenevano che l’estrazione petrolifera rappresenta un pericolo;

    solo il 26 % ritenevano affidabili le informazioni fornite da Regione Basilicata (Dipartimento di Salute, Dipartimento di Ambiente);  

    solo il 37 % ritenevano affidabili informazioni, fornite da aziende sanitarie locali;  

    solo il 24,4 % ritenevano affidabili informazioni fornite da ARPA;

    solo il 25 % ritenevano affidabili informazioni fornite da comuni;

    solo 22,6 % ritenevano affidabili informazioni fornite da ISPRA e ISS;

    solo il 17,4 % ritenevano affidabili informazioni fornite dall’Europa;

    solo il 19,8 % ritenevano affidabili informazioni fornite dal Governo;

    solo il 25,7 % ritenevano affidabili informazioni fornite da mezzi di comunicazione (TV/Radio/giornali).  

    Mentre ENI e TOTAL facevano finta di essere preoccupate per il fabbisogno energetico dell’Italia, per le ricadute sull’economia e l’occupazione, perché pagavano solo il 7 % di royalties (il 4 % se il petrolio è estratto in mare), per poter avere il permesso dal Governo di spremere la terra altrui e saccheggiare le risorse, quando in Venezuela le royalties al Governo sono l’85 %, in Norvegia80 %, in Bolivia ed Ecuador – oltre il 50 %, l’aria, il suolo, l’acqua, l’agricoltura, il turismo e la salute del popolo della Val d’Agri hanno avuto le ricadute drammatiche.

    L’estrazione petrolifera è una grave ipoteca sul futuro delle terre.

    L’unico futuro ecologico possibile per la Basilicata è il futuro delle energie rinnovabili.

    Le energie fossili e le trivellazioni sono il passato.

    “Affare” PETROLIO è come una punta dell’Iceberg la cui enorme ENTITÀ NERA distrugge ecosistemi naturali, comporta perdita di biodiversità e rischio di nuove malattie infettive, inquina l’area, il suolo, le acque superficiali e le sotterranee, di cui fanno parte le Sorgenti, Torrenti, Fiumi, Laghi, danneggia la catena alimentare, fauna, flora e la salute umana.

    La Regione Basilicata copre solo circa il 6-8 % del fabbisogno nazionale di petrolio (2 settimane di consumo nazionale) e circa l’1,4 % del fabbisogno nazionale di gas (4 giorni di riscaldamento delle case degli italiani in inverno).

    Il resto l’Italia lo deve comprare.

    Oggi in Italia l’ACQUA, l’ORO BLUE, è davvero più preziosa del PETROLIO ?

    Oggi in Italia i PARCHI, l’ORO VERDE, sono davvero più preziosi del PETROLIO ?

    Solo la stupidità umana e l’avidità delle pochissime multinazionali può ipotecare l’ORO BLUE e l’ORO VERDE dell’intera Regione Basilicata.

    Per solo 2 settimane di consumo nazionale…

    Leggere tutto l’articolo PARTE 1:

    01.08.2021

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus

    Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.)

    Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it

    tatianamikhaevitch@gmail.com


  • La Riserva Naturale Regionale Sentina

    Il Pettirosso svedese, Sentina

    Contenuto:

    1. La Riserva Naturale Regionale Sentina

    2. SIC, ZPS, Zona Umida, IBA e Birdwatching in Sentina

    3.Impatto delle trivelle sulle Riserve Naturali

    SUMMARY

    La Riserva Sentina è una piccola “isola verde”, di soli 180 ha, circondata dal territorio antropizzato, un verde “fazzoletto di terra”, la più piccola nonché una tra le più importanti aree protette della Regione Marche. Si trova al confine tra Regione Marche e Regione Abruzzo all’interno del comune di San Benedetto del Tronto, tra l’abitato di Porto d’Ascoli e la foce del  fiume Tronto.

    Tutti i suoi ecosistemi costituiscono habitat fondamentali per la fauna e la flora e nicchie ecologiche di elevatissimo valore ambientale e paesaggistico.

    Il suo paesaggio di acqua e sabbia, la sua Zona Umida, i suoi prati, boschi e laghetti custodiscono oltre 400 specie vegetali, 20 specie di Mammiferi, 8 specie di Rettili, 4 specie di Anfibi, 40 specie degli Invertebrati, 4 specie di Pesci d’acqua dolce.

    La Sentina è indispensabile per l’avifauna che utilizza la rotta migratoria Adriatica: la grande maggioranza delle circa 180 specie di uccelli censite risulta essere migratrice. L’avifauna migratoria trova nella Riserva un rifugio prezioso, l’unica possibilità di sosta costiera tra le Zone Umide del Delta del fiume Po e della penisola Garganica. Le Zone Umide costiere e le paludi costiere, insieme con i sistemi costieri e le barriere coralline, risultino gli ecosistemi più importanti per l’uomo. La Riserva Sentina e la Zona Umida indispensabili per la sosta dell’avifauna migratoria.

    Il 40 % delle 470 specie di uccelli presenti in Italia è legato a stagni e paludi che ricoprono appena l’1 % del territorio nazionale. L’Italia è presente nella Convenzione Ramsar con 53 Zone Umide che dal 1938 al 1984 si sono ridotte del 66 %.

    La Sentina è inserita nel Progetto  NATURA 2000 come ZPS (Zona di Protezione Speciale), SIC (Sito di Interesse Comunitario), rientra nel programma IBA (Important Birds Area)di Bird Life International.

    Nella Riserva Sentina nel periodo 1996 – 2011 sono state rilevate 172 specie di uccelli.

    Nei periodi migratori nella Sentina si incontrano Gru cenerino, Oca lombardella, Volpoca, Rondine riparia, Moretta tabaccata, Sgarza ciuffetto, Garzetta, Falco di palude, Alzavola comune, Mignattino, Marangone minore, Mignattaio, Combattente, Cavaliere d’Italia etc. 

    Uno dei più importanti uccelli stanziali presenti tutto l’anno è il Martin pescatore, poi – il Beccaccino, il Fratino, la Pavoncella

    I problemi della Sentina sono molteplici.

    Arretramento della duna, quindi mancanza di superficie per la flora e la fauna. L’indice di arretramento è di 2 m l’anno.

    Pesticidi. Metalli pesanti.

    Le trivelle.

    Nel Mare Adriatico nella zona delle trivellazioni sono presenti almeno 7  Riserve Naturali e 10 zone ZPS, SIC e IBA, tra loro anche la Riserva Naturale Sentina.

    Legambiente svela che vicino alle piattaforme di idrocarburi nel Mare Adriatico si ritrovano abitualmente sostanze chimiche pericolose, come idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, che hanno un forte impatto sull’ambiente e sulla fauna e flora. In termini alimentari, usare i mitili coltivati nella vicinanza di una piattaforma petrolifera equivarrebbe a cucinare un sauté di idrocarburi cancerogeni e metalli pesanti tossici.

    Per perforare i fondali, per estrare idrocarburi, vengono utilizzate diverse tecniche airgundi cui i rumori spesso superano 260 dB.

    La tecnica airgun, definita la “dinamite del nuovo millennio”, “l’ultima diavoleria dei petrolieri per spremere la terra”, ha effetti micidiali su tutta la fauna marina.

    L’airgun avrebbe effetti deleteri sul zooplancton, una componente essenziale di ogni ecosistema marino la cui biomassa è alla base delle reti alimentari marine. Perturbazioni con l’airgun possono causare danni a livello ecosistemico.

    Legambiente da anni combatte per lo Stop alle trivellazioni in mare per fermare il business del petrolio.

    Nella bozza di decreto Milleproroghe c’era un articolo che prevedeva il blocco dei permessi di prospezione e ricerca di idrocarburi. Ma è scomparso. Al contrario in Parlamento è stato già approvato un emendamento alla legge di bilancio per un piano di aiuti economici a favore delle compagnie che gestiscono il settore della raffinazione in Italia.

    L’associazione No Triv evidenzia che gli aiuti di Stato a favore del settore petrolifero ammonterebbero a 200 milioni di euro l’anno a partire dal 2021, ad un settore rappresentato nei principali siti di crisi ambientale in Italia (SIN di Taranto, Gela, Milazzo, Porto Torres, Falconara Marittima, etc.) in cui si registra un tasso di mortalità superiore del 4-5 % rispetto alla media nazionale.

    Se la Moratoria sulla trivellazione non venisse prorogata, da agosto 2021 potrebbero essere forse 90 i permessi di trivellazione, sia in mare che sulla terraferma. Le regioni più a rischio quelle che si affacciano sul Mare Adriatico, Mar Ionio e la Sicilia.  

    Nella lunga lotta per gli ECOREATI il Senato aveva inserito nel CODICE PENALE una ipotesi di delitto direttamente collegata alle trivellazioni petrolifere in fondali marini, che vietava l’airgun. Ma la furiosa reazione del Governo e di Confindustria faceva sì che, dopo pochi giorni, la Camera eliminasse il divieto, e il Senato, grazie al mutamento di rotta dei senatori di maggioranza (PD), ha dato via libera all’airgun.

    Ecco quale è l’articolo da inserire nel Codice Penale: “Chiunque, per le attività di ricerca e di ispezione dei fondali marini finalizzate alla coltivazione di idrocarburi, utilizza la tecnica dell’airgun o altre tecniche esplosive è punito con la reclusione da 1 a 3 anni”.   

    Invece di valorizzare ciò che abbiamo, montagne, colline, mari, Riserve Naturali, Parchi, andiamo a trivellare selvaggiamente le bellezze naturali nella ricerca del petrolio e del gas, di cui tutte le riserve nei mari italiani coprirebbero il fabbisogno nazionale solo per 7 settimane, secondo i dati MISE, danneggiando ed inquinando inestimabilmente il Patrimonio dell’Italia: la biologia e la fisiologia degli organismi marini e depauperando la biodiversità e la biomassa della fauna e della flora dei Mari.

    Leggere tutto l’articolo:

    20.01.2021

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • La Riserva Val di Mello

    Lago alpino, Riserva naturale Val di Mello (SO), Italia

    Contenuto:

    1.Il Gigiat, il Guardiano delle Alpi. Viaggio di Alice nella Valle incantata

    2.La Val Màsino e le sue valli laterali. Orografia -Sentiero Roma

    3.La Val di Mello“piccola Yosemite”.

    4.Bouldering e sassismo nella Val di Mello.

    5.Impatto dell’attività antropogenica sulla Val di Mello. Progetto di costruzione della centrale idroelettrica.

    6.ZPS IT 2040601 “Bagni di Masino – Pizzo Badile – Val di Mello – Val Torrone – Piano di Preda Rossa”. Geologia – Ghiacciai – Acqua – Flora – Fauna – Ittiofauna – Avifauna

    SUMMARY

    Una leggenda narra che la Val Masino, la Val di Mello e tutte le Alpi vengono custodite da un gigantesco animale dalle sembianze umane – un incrocio fra un Caprone ed uno Stambecco – il Gigiat.

    La Val di Mello è stata riconosciuta in tutto il mondo per le sue straordinarie qualità paesaggistiche. 400’000 persone ogni anno si fermano in Val di Mello, persone che la amano e che da questa incantata Valle traggono il senso di bellezza.

    Il meraviglioso Giardino delle Alpi, chiamato anche “Perla delle Alpi Retiche”, la Valle incantata per i suoi torrenti e i suoi corsi d’acqua color smeraldo, per la sua ricca biodiversità, si trova a soli 120 km da Milano.

    Il Pizzo Badile, il Pizzo Cengalo, i Monti Pioda e Disgrazia adornano l’arena della Val di Mello, che su una piana di circa 1’000 m raccoglie numerose valli secondarie che scendendo dall’alta quota di 3-3’500 m, portano con se veloci e rumorosi torrenti, creando infine il torrente Mello.

    Nel 1937 la parete nord-est del Pizzo Badile scalò Riccardo Cassin.

    Molto prima, nel 1862 Monte Disgrazia vinse E. S. Kennedy

    Walter Bonatti, scalatore lombardo che ha scalato sia nelle Alpi che fuori Europa, una volta ebbe modo di osservare: “Nelle grandi occasioni si puntava verso la Val Masino: era l’università, lì ci si laureava alpinisti”.

    L’aspetto più caratteristico di tutta la Valle di Mello e delle sue valli laterali era l’enorme estensione di pareti rocciose lisce. Così nel 1973 grazie a queste alte placche di granito, che garantivano una fantastica aderenza alle rocce, inizia l’esplorazione dell’arrampicata nella Val di Mello.

    Nel 2004 grazie alla presenza di blocchi massicci di granito qua è nato il movimento dell’arrampicata Melloblocco, meglio noto come bouldering o sassismo.

    Sono stati gli scalatori a spendersi in prima fila perché il loro “terreno di gioco” venisse preservato.

    Si sono accorti che la fragile natura della Val di Mello era esposta a troppi attacchi per potersi difendere da sola: il rischio sovraffollamento, il desiderio di arrivare con le auto fin dove si può, un malinteso desiderio di sicurezza che porta alla costruzione di opere di protezione più invasive, la necessità atavica di sfruttare le risorse naturali del luogo.

    I peggiori danni però li poteva fare proprio questa necessità atavica di sfruttare le risorse naturali della Val di Mello.

    Nel 1948 l’ENEL progetta la costruzione di una diga nella Val di Preda Rossa. La diga dovrebbe essere rifornita d’acqua con un canale di gronda che collega tutti i torrenti della Val di Mello. Contro questo piano si schiera il Professor Saraceno, a quel tempo fu il Vice Presidente di ENEL, che spesso passava le vacanze in Val Masino:”queste povere popolazioni hanno solo roccia, prati ed acqua; sarebbe un delitto umano e ambientale prosciugare tutte le cascate della Valle”.

    La Val di Mello si è salvata negli anni 60 dalle captazioni dell’ENEL, dalle speculazioni edilizie, dalle cave, dalle strade, dalle cementificazioni…

    In seguito fin dal 1995 la Società Elettrica Radici, poi GeoGreen Spa, presenta alla Regione Lombardia il progetto di una centrale idroelettrica incassata nella roccia che prevedeva opere di captazione dell’acqua in più punti da tutti i torrenti della Val di Mello.

    All’inizio degli anni 2000 gli interessi di dare un servizio “più pratico”, rispetto alle sole bellezze della Valle, quali le torrenti, le cascate che scivolano a valle, i prati verdi, i boschi con mirtilli, more e lamponi, si sono di nuovo scontrati fortemente con i cittadini che hanno voluto che la Valle rimanesse selvatica.

    I cittadini civili ritenevano un’assurdità paesaggistica ed ambientale l’aggressione all’ambiente della Val di Mello con l’ipotesi di captazione idroelettrica dei torrenti. Ritenevano che questo fosse un progetto folle dal punto di vista ambientale, paesaggistico, turistico e storico. Chiedevano che la Val di Mello restasse integra perché costituisce un ambiente assolutamente unico ed irripetibile nelle Alpi italiane, per lasciare alle future generazioni l’ultimo meraviglioso giardino delle Alpi.  

    Contro il progetto di captazione delle acque, folle esempio di masochistica idiozia italiana, nel 2004 sono state raccolte 6’000 firme solo in una settimana, trovando l’appoggio di TUTTE le forze politiche, i più importanti quotidiani nazionali hanno scritto su questo tema, è stato trovato il sostegno dei più noti alpinisti del mondo, di gran parte degli amministratori locali…  

    Nel 2006 però il Tribunale Superiore delle Acque ha dato il via libera alla GeoGreen S.p.A per proseguire con il suo progetto di captazione di TUTTI i torrenti della Val di Mello e con la costruzione di 2 grandi centrali idroelettriche.

    E’ stato creato il Comitato di Difesa della Val di Mello per combattere perché questa Piccola Valle rimanga un luogo incantato per tutti e per le prossime generazioni. Salvare la Val di Mello è stata una questione di “buon senso”, un dovere di ogni cittadino, riteneva il Comitato di Difesa della Val di Mello.  

    Infine il progetto di captazione dell’acqua dai torrenti è stato bocciato dalla Regione Lombardia a causa delle carenze di tipo geologico, in primo luogo, oltre al fatto che la Val Di Mello ha un’elevata vocazione naturalistica.

    Proprio nel 2006 la Val di Mello è diventata parte della Zona di Protezione Speciale (ZPS) targata NATURA 2000.

    La Riserva Naturale Val di Mello è stata fortemente voluta dalla comunità degli “arrampicatori” che per più di 30 anni hanno vigilato perché la stupenda Valle mantenesse inalterato il suo grande fascino:

    30 anni di battaglie per impedire l’apertura di nuove cave, di strade carrozzabili, di folli captazioni che avrebbero incubato le sue bellissime acque azzurre.
    30 anni per convincere le amministrazioni del valore ambientale, turistico e monumentale di questa piccola area di montagna.
    30 anni di auto-disciplina perché le pareti non fossero trasformate in un parco gioco.

    30 anni di battaglie finché il 20.11.2006 la Delibera della Giunta Regionale ha istituito la Zona di Protezione Speciale, la ZPS IT 2040601 “Bagni di Masino – Pizzo Badile – Val di Mello – Val Torrone – Piano di Preda Rossa” che comprende 3 valli principali: la Valle dei Bagni, la Val di Mello e la Valle di Preda Rossa.

    In Lombardia sono istituiti i 242 Siti NATURA 2000. Solo nella provincia di Sondrio sono state istituite 41 SIC (Sito di Importanza Comunitaria) e 11 ZPS per un totale di 3’212 km.

    La Riserva Naturale “Val di Mello” è stata istituita con Deliberazione del Consiglio Regionale della Lombardia il 27 gennaio 2009, creando così l’area protetta più vasta della  Lombardia.

    Il territorio di ZPS ha un’estensione di 9’643 ha in quota da 940 a 3’620 m s.l.m. Il sito risulta pregiato grazie alla presenza di rocce granitiche, acque superficiali di buona qualità e di alta percentuale di biodiversità. Il suo scopo è la tutela delle caratteristiche naturali e paesaggistiche, la protezione e la conservazione integrale della natura, della flora e della fauna.

    Sul territorio della ZPS sono presenti c.a. 40 ghiacciai, che corrispondono alle principali cime. Tra quelli più grandi si evidenziano il Ghiacciaio di Preda Rossa, il Ghiacciaio del Disgrazia, il Ghiacciaio del Forno.

    Sul territorio ZPS sono state riconosciute 647 specie vegetali. Entrando in Val di Mello si incontrano i boschi di faggio, abete bianco, abete rosso, pino silvestre, l’ontano verde, l’ontano bianco, pino mugo, betulla, sorbo.

    Tra gli Ungulati il Camoscio è la specie più numerosa, presente anche Stambecco, assieme al Capriolo e al Cervo che all’estate può arrivare oltre 2’000 m. Si incontrano la Marmotta e la Lepre bianca, la Martora, la Faina, il Moscardino, l’Ermellino, lo Scoiattolo. Nella ZPS abitano 3 specie di Carnivori: Volpe, Donnola e Tasso.

    Nella Riserva abita l’Orso.

    L’Atlante dei Mammiferi della Lombardia riporta la presenza certa di 7 specie di Insettivori. Sono inoltre citate 7 specie di Roditori, 14 specie di Chirotteri, come pipistrelli, 3 specie di Sauri e 6 di Serpenti.

    Nei torrenti Masino e Mello l’ittiofauna è costituita dalla Trota fario, Trota marmorata e la Trota iridea.

    Tra gli uccelli migratori abituali nel sito ZPS sono presenti 49 specie. Tra 10 specie nidificanti e sedentarie sono presenti Galliformi (4 specie), gli Strigiformi (3 specie), i Falconiformi (1 specie), i Caradriformi (1 specie) e i Piciformi (1 specie).

    Tra gli uccelli più spettacolari sono presenti il Francolino di monte, la Coturnice, la Pernice bianca, il Gallo forcello (Fagiano di monte) fino a 2’000 m, con diverse “arene di canto”, dove i maschi effettuano parate e combattimenti durante il periodo degli amori tra aprile e maggio.

    Tra i Rapaci sono presentil’Acquila reale, la Poiana, il Falco, il Pecchiaiolo, l’Astore, lo Sparviere, il Gheppio, il Gipeto (avvoltoio reintrodotto di recente sulle Alpi). Tra i Rapaci notturni nelle valli abitano la Civetta capogrosso, la Civetta nana, il Piviere tortolino (caradriforme).

    Il delicato ecosistema della Val di Mello, di enorme valore ecologico e paesaggistico, è arricchito dalla secolare presenza dell’uomo che ha saputo viverla in perfetto equilibrio con la natura. Da decenni la Val di Mello è Patrimonio non solo per chi ci abita, per chi si arrampica, per tutti i cittadini della Lombardia, che qui trovano un polmone verde unico per la sua spettacolare bellezza ed è giusto che la Riserva diventi PATRIMONIO MONDIALE DELL’UNESCO.

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    07.11.2020

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com


  • S.I.N. “BUSSI sul fiume TIRINO”

    Fiume Tirino, Abruzzo

    Contenuto:

    1.Inquinamento delle acque da sostanze chimiche

    2.Fiumi Tirino e Pescara

    3.Polo Chimico a Bussi sul Tirino e a Piano d’Orta Bolognano – 100 anni di inquinamento

    4.S.I.N. Bussi sul Tirino e inquinamento

    5.Salute e inquinamento

    6.Battaglia legale e problemi di bonifica del S.I.N. Bussi sul Tirino

    SUMMARY

    Il fiume Tirino significa triplice sorgente. E’ uno degli affluenti del fiume Pescara che sfocia nel mare Adriatico. Il fiume Tirino è attraversato dal piccolo paese Bussi sul Tirino efa parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

    In queste terre si trova la Riserva Naturale “Sorgenti del fiume Pescara” ricompresa nel SIC “IT7110097 Fiumi Giardino – Sagittario – Aterno – Sorgenti del Pescara” che anche l’Oasi della WWF. Sul fiume Pescara è stato istituito il SIC “IT7130105 Rupe di Turrivalignani e Fiume Pescara”.

    Tale territorio rappresenta la zona sorgentifera più importante della Regione di Abruzzo e di Europa.

    Bussi è stato da sempre considerato un sito comodo grazie all’acqua.

    Nel 1901 nel piccolo paeseBussi sul Tirino fu impiantata la fabbrica “Officine di Bussi sul Tirino”

    Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale la fabbrica produceva iprite, arsine, fosgen, difosgen e lewisite.

    Finite le guerre, la fabbrica ha convertito la chimica militare in chimica civile, producendo coloranti, concimi sintetici, carburanti.

    Dalla fabbrica uscivano cisterne di cloro, cloroetani, ipoclorito, cloruro ammonico, piombo tetraetile, trielina, carburo di calcio, dicloroetano, acido monocloroacetico.

    Il Polo Chimico a Piano d’Orta Bolognano, vicino al fiume Orta, affluente del fiume Pescara, a 2 km dalla prima fabbrica, fu impiantato nel 1901 per produrre acido solforico. Negli anni successivi alle guerre la fabbrica si specializza nella produzione di concimi chimici e di fungicidi.

    Fino a tutti gli anni60 il sito industriale chimico di Bussi ha sversato una tonnellata al giorno di veleni residui della produzione nel fiume Tirino.

    I primi allarmi riguardo l’inquinamento del fiume Tirino arrivano negli anni 70: mercurio nei pesci, nel grano, nella vite, nell’olivo, piombo nel grano, nei semi, nell’olivo…

    Negli anni 70 l’inquinamento  sembra l’effetto collaterale  del lavoro: una distorsione necessaria che si deve accettare in quanto, il bene lavoro prevaleva su tutto”. 

    Il paese Bussi si è sacrificato all’altare del lavoro ricevendo in cambio un inquinamento senza pari.

    Un uomo solo si oppose all’inquinamento negli anni 70 – l’assessore all’Igiene e alla Sanità del comune di Pescara Giovanni Contratti. Fu un Don Chisciotte  in lotta contro i mulini a vento al Polo Chimico di Bussi con il mercurio. 48 anni fa pretese la bonifica.

    Dopo Contratti, si registra un vuoto di 35 anni fino a quando nel 2007 il Corpo Forestale  scopre la discarica con i rifiuti tossici. La discarica Tre Monti è stata definita la più grande discarica abusiva d’Europa. Costruita a 20 m dalla sponda del fiume Pescara, ad una profondità di circa 5-6 m la discarica conteneva circa 250’000 t di sostanze altamente inquinanti.

    Intorno alla discarica Tre Monti il phytoscreening dei tronchi di Populus sp. ha mostrato il superamento di alcune sostanze chimiche fino a 5’000 volte il limite ISS.

    Solo il cloroformio era fino a 3 milioni di volte più del consentito.

    Dante Caserta, Presidente del WWF Abruzzo, raccontò cosa avevano dichiarato i  tecnici dopo il sopralluogo nella discarica Tre Monti: “Siamo attoniti di fronte alle …. lastre di metri di spessore ed estese per decine di m2 di cristalli di sostanze tossiche; materiali di ogni colore immaginabile; tecnici che si sono sentiti male nonostante maschere e tute di protezione”.

    Più tardi vengono scoperte altre due discariche: “2A” e “2B”.

    Nella discarica della fabbrica di Piano d’Orta Bolognano sono stati interrati intorno a 30’000 m3 di rifiuti pericolosi alla profondità di 10 m.

    Il Sito d’Interesse Nazionale “Bussi sul Tirino” (S.I.N.) viene istituito il 24.07.2008. Il S.I.N. è ubicato sul territorio della Regione Abruzzo, nelle Province di Pescara e Chieti e comprende 11 comuni.

    Da bonificare sono 234 ettari.

    Sono 20 campi di calcio inquinati.

    Gli autori del 5o rapporto SENTIERI pubblicato nel 2019 scrivono che in “tutti i siti con eccessi di nefropatie (fra i quali Bussi sul Tirino, Crotone, Milazzo, Sulcis, Orbetello, Terni e Porto Torres) a fronte della presenza di contaminanti prioritari nefrotossici, andrebbero effettuate analisi sulla distribuzione delle nefropatie …, secondo la metodologia applicata nel contesto di Taranto.

    Uno studio nel 2018 su campioni di urina della popolazione residente a Bussi da almeno 10 anni haconfermato la presenza delle sostanze inquinanti nelle zone delle discariche.

    Per più di 100 anni Montedison e funzionari pubblici non si sono limitati a inquinare la Val Pescara. Hanno falsificato le analisi, occultato documenti, eluso i controlli. Hanno causato “un disastro ambientale di immani proporzioni”, scriveva  il sostituto Procuratore della Repubblica Aldo Aceto. I reati contestati: avvelenamento delle acque, disastro doloso, commercio di sostanze contraffatte o adulterate, delitti dolosi contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti e truffa.

    Il 6 aprile 2020 un’interminabile battaglia legale durata 13 anni, nota come Processo di Bussi” è arrivata alla conclusione definitiva, con emanazione della Sentenza del Consiglio di Stato che ha definitivamente deciso che la bonifica deve essere eseguita da chi ha inquinato, la Edison. La Edison che prevede però solo il capping, intombamento, per ridurre costi, e che non ha mai voluto parlare di bonifica…

    Resta incompiuta la bonifica del territorio e l’applicazione del sacrosanto principio del chi ha inquinato paghi.

    Resta ancora da applicare il sacrosanto principio della società civile di proteggere, di non inquinare le zone sorgentizie e le zone acquifere più importanti dell’Abruzzo e d’Europa.  

    La “pistola fumante”, l’inquinamento che dura da più di 100 anni, continua ad inquinare.

    Il Patrimonio Idrico, le zone sorgentizie, le falde acquifere devono essere difese.

    L’acqua deve essere tutelata dalle industrie senza scrupoli.

    22.08.2020

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com

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  • S.I.R. “Fiumi Saline e Alento”

    Sorgente “Cascata del Vitello d’Oro”, Gran Sasso, Abruzzo

    S.I.R. “Fiumi Saline e Alento”

    Contenuto:

    1. Fiumi Saline e Alento
    2. Sito di bonifiche di Interesse Nazionale S.I.N.“Fiumi Saline-Alento”
    3. Qualità ecologica dei fiumi della Regione Abruzzo
    4. Inquinamento dei fiumi Saline e Alento

       SUMMARY

    Secondo il WWF, Marelibero e Abruzzo Social Forum i fiumi Saline e Alento, che scorrono nella Regione Abruzzo e confluiscono nel Mare Adriatico, sono in una crisi ambientale quasi senza ritorno.

    Alla foce del fiume Saline tempo fa si fermavano uccelli migratori e stanziali. Nel 2002 la foce è diventata l’Oasi della WWF, tutelando circa 40 ettari lungo il fiume Saline. Oggi l’Oasi è stata abbandonata a causa del degrado sociale dell’area.

    Il Ministero dell’Ambiente con Decreto Ministeriale del 3 marzo 2003 ha perimetrato il Sito di Bonifiche Nazionale, S.I.N. “Fiumi Saline e Alento”, a causa di inquinamento dei tratti terminali e di numerosi scarichi abusivi. L’area si estende per 1’132 ettari su 8 comuni. Il 19.05.2014  il S.I.N. è stato declassato in Sito di Interesse Regionale “Fiumi Salente e Alento” (S.I.R.).

    Se una volta alla foce del fiume Saline  c’era l’Oasi WWF, adesso ad un passo dal fiume sorge la discarica di Villa Carmine, diventata uno sversatoio di rifiuti. Siringhe, cumuli di rifiuti, abbandono, degrado della foce del Saline. Una discarica a cielo aperto, presa di mira da tossicodipendenti, da ditte che lungo il fiume scaricano illegalmente  rifiuti. Un’autentica bomba ecologica, con rifiuti sotterrati e gettati lungo le sponde del fiume.

    Nel perimetro del S.I.R. del fiume Saline l’attività antropica si caratterizza di 111 aziende, invece nel perimetro del S.I.R. del fiume Alento sono attive 27 società.

    Nei fiumi Saline e Alente sono stati trovati nei terreni, nelle acque superficiali e sotterranee, nei sedimenti fluviali e marini PCB e diossine, metalli pesanti,  idrocarburi e solventi, solfati, IPA, sostanze azotate, fitofarmaci, ftalati. Tanti inquinanti si caratterizzano di bioaccumulo negli organismi e di biomagnificazione lungo la catena alimentare.

    I fiumi Saline e Alento stanno subendo un effetto domino a causa dell’inquinamento dovuto alle eccessive attività antropiche, allo scarico illegale dei liquami nei fiumi, all’interramento mostruoso dei rifiuti pericolosi sulle rive, – tutto ciò ha portato agli squilibri ecosistemici, al danneggiamento degli habitat di moltissime specie, all’abbandono dell’Oasi  WWF “Foce del Saline” e, alla fine, al degrado degli ecosistemi dei fiumi.

    A fine 2019 S.I.R. “Fiumi Saline e Alento” e la discarica di Villa Carmine continuano ad essere una terra di nessuno, in permanente stato di abbandono. Una bonifica attesa da oltre 25 anni.

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    19.06.2020

    Dr.Tatiana Mikhaevitch, Ph.D. in Ecology, Academy of Sciences of Belarus, Member of the Italian Ecological Society (S.IT.E.), Member of the International Bryozoological Society (I.B.A.), Member of the International Society of Doctors for the Environment (I.S.D.E.), info@plumatella.it, tatianamikhaevitch@gmail.com